Costretta ad abortire da sola in un bagno all’ospedale Sandro Pertini di Roma perché tutti i ginecologi presenti erano obiettori. Una donna portatrice di una grave anomalia genetica ha denunciato che nel 2010 a lei e al suo compagno è stato negato l’accesso alla fecondazione assistita e alla diagnosi genetica preimpianto, per impedire la trasmissione della patologia al nascituro.
«Il caso della coppia lasciata abortite senza assistenza all’ospedale Pertini di Roma non è isolato. La politica si faccia carico di queste situazioni e intervenga». È quanto dichiarano Filomena Gallo, Mario Puiatti e Mirella Parachini, rispettivamente segretario dell’Associazione Luca Coscioni, presidente Aied, vice presidente della Fiapac e dirigente dell’Associazione Luca Coscioni, ritornando sul caso denunciato ieri, ma avvenuto nel 2010.
«La storia di Valentina e del suo aborto senza assistenza al Pertini di Roma – proseguono – fa emergere quanto accade in molti ospedali nel momento in cui si ricorre ad una interruzione volontaria di gravidanza. Non escludiamo le azioni che il caso consiglia anche oggi dopo 4 anni, ma chiediamo immediatamente una assunzione di responsabilità da parte della politica».
L’appello di Equality
«L’episodio – ha detto Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia – ha radici nell’incontro di norme come la legge 194 non applicate adeguatamente a causa di un’abnorme obiezione di coscienza, su cui vanno posti robusti correttivi e nella tremenda legge 40 sulla fecondazione assistita, che vieta la diagnosi pre-impianto anche alla presenza di malattie genetiche. A questo si è assommata, come afferma la donna che ha subito questo calvario, un’indifferenza e un abbandono da parte del personale, che sono ingiustificabili».
«È necessario che al più presto, oltre alle azioni legali promosse dalla persona coinvolta, le autorità sanitarie e anche il ministero aprano inchieste dettagliate per verificare se vi siano stati comportamenti contrari alla deontologia professionale, e nel caso assumere i provvedimenti disciplinari previsti dalla normativa vigente. Rimane che le donne sono spesso vittime di legislazioni ideologiche o di articolati non applicati, trovandosi così discriminate e colpite nella propria dignità».
