I 90 anni dell'Unità. Ma dove sono le donne?

Giancarla Codrignani, femminista storica bolognese (giornalista, scrittrice, parlamentare) scrive una lettera indirizzata a Adriana Seroni, ricordata in questi giorni.

I 90 anni dell'Unità. Ma dove sono le donne?
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15 Febbraio 2014 - 22.16


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Giancarla Codrignani, femminista storica (classe 1930, giornalista, scrittrice, parlamentare per la Sinistra indipendente), scrive idealmente una lettera a Adriana Seroni (scomparsa 30 anni fa) a proposito dei 90 anni dell’Unità.

Cara Adriana,
ma l’hai vista l’Unità dei novant’anni? Spero di no: tante prime pagine del glorioso giornale del Pci senza nemmeno una intitolata alle donne. Qualche immagine di cortei, negli anni vicini più di donne che di uomini; un ottomarzo del 2009 piuttosto criptico (“nelle mani delle donne”); per l’aborto il primo piano del cartello “sì alla pillola” (evidentemente in archivio mancava quello con l’autodeterminazione). Sostanzialmente il messaggio simbolico sta in testa alla manifestazione del 24 marzo 2002: “a Roma tre milioni di padri e figli”….

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Cara Adriana, ma ti pare? A Roma la Fondazione Iotti ti ha ricordato con un’iniziativa: “la modernità di A.S.”. Wikipedia addirittura ti menziona come “femminista”. Io ti ho conosciuta dopo il 22 giugno del 1976 (copertina dell’ “unità”: “impetuosa avanzata del Pci” e nella foto “di massa” ci sono solo donne). Mi sono subito resa conto che eri personalmente moderna e, forse, perfino femminista; ma solo nel tuo foro interiore. Forse per questo eri considerata una “dura”. Come avevo capito dalla conoscenza di molte donne comuniste della mia città, la passione politica per la sinistra femminile sembra del tutto simile a quella per l’amante: il partito, simbolo della cittadinanza sociale, è tutto; come la famiglia, simbolo degli affetti, che ti impone sacrifici non paritari. Così le donne rinunciano, a partire da sé, all’autodeterminazione e diventano complici delle (e nelle) istituzioni che danno riconoscimento solo alla libertà e ai diritti dell’individuo astratto, che non è donna.

Vedi, Adriana, so bene che eri fondamentalmente d’accordo con le mie idee indipendenti (e femministe): una volta che gli avevo rimproverato la sottovalutazione del partito, Natta mi rispose perplesso “me l’ha detto anche la Seroni”. Ma tu ti adattavi al partito anche contro il suo interesse, proprio tu che avevi un tuo bel carattere e forse ti scontravi in direzione, mentre pubblicamente adeguavi l’organizzazione alla famosa “linea”. Sono tanti i modi di diventare “oggetto”, anche la fedeltà unilaterale.

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Ma perché avete pagato questo prezzo? Perché oggi, ancora una volta si dubita della necessità del pensiero femminista, disgraziatamente (anche se non è in questione la terminologia) non più solo da parte dei maschi? Dove è finita la tua amica maggiore Camilla Ravera, fondatrice del Pci con Gramsci e come te da subito fatta “responsabile dell’organizzazione femminile” (poi prima senatrice a vita per volontà di Pertini)? Damnatio memoriae “di genere” per lei, come per te. Come per tutte le donne che hanno creduto di aver fatto parte di una sinistra di vera emancipazione sociale. Tanto per parlare di Resistenza e anticipare le immagini a ricordo del 1944, qualcuna le ha dato perfino la vita e altre hanno subito quella morte interiore che sono stati gli stupri inferti alle partigiane dai nazifascisti. Ancora silenziati: nel dopoguerra perché era vergogna la vittima; oggi perché sembra irrilevante.

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