Palermo, dopo la sesta rapina si arrende: pagherei il pizzo

Questo lo sfogo a caldo su Twitter del titolare di un bar. L'uomo, però, si corregge subito dopo: «Io il pizzo non lo pagherei mai», ma la rabbia resta. «Non ce la faccio più».

Palermo, dopo la sesta rapina si arrende: pagherei il pizzo
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3 Dicembre 2013 - 18.06


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La via è dedicata ad Ernesto Basile, maestro del liberty, figura legata al’epoca di una Palermo splendida. La strada fiancheggia l’università, i quartieri popolari vicini all’Ospedale Civico, e raggiunge la circonvallazione. Qui di notte capita di incrociare una corsa clandestina di cavalli. In via Ernesto Basile c’è il bar Massaro. Il bar ha un poco invidiabile record di rapine. Per i rapinatori, fatto il colpo, è facile perdersi nelle stradine vicine o raggiungere la circonvallazione e sparire.

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All’ennesima rapina, il titolare, per provocazione, affida la propria amarezza a Twitter: “Ok valuto l’ipotesi di pagare il pizzo e non se ne parla più”. Uno sfogo, solo uno sfogo su Twitter quello di Francesco Massaro, proprietario del bar. Lo scrive pochi minuti dopo la sesta rapina subita nel giro di qualche mese. “Una cavolata scritta a caldo – si corregge Massaro – naturalmente non lo pagherei mai il pizzo, ma la verità è che sono stanco, non ce la faccio più”.

L’ultima rapina, quella che lo ha spinto allo sfogo in rete, nel racconto, al telefono dei ragazzi che lavorano al bar. Ancora terrorizzati, gli hanno detto dei due rapinatori armati entrati all’ora di punta, armati. Hanno preso i soldi, e via. “Ecco perchè ho scritto il tweet…sono convinto che molti altri commerciant di Palermo si fanno questa domanda”.

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Poi, Massaro ci tiene a ripetere: “Io il pizzo non lo pagherei mai, ma… Le forze dell’ordine, lo so, fanno un lavoro complicato. Anche se li pigliano, in quindici giorni sono già fuori…Quella delle rapine ò soltanto una delle emergenze dei commercianti palermitani. Vecchi esercizi commerciali che hanno fatto la storia in questa città, costretti a chiudere per la crisi. Poi, c’è da fare i conti con le tasse e con le banche. E con gli sipendi che, comunque, si devono pagare ai dipendenti. Se non bastasse, ecco che di tanto in tanto arrivano in due, in sella ad una moto, e svuotano la cassa». Comprensibile la rabbia. E lo sfogo di un momento di sconforto.

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