India, i marò rischiano la pena di morte

Secondo la polizia indiana Nia uccidendo i pescatori, i militari hanno messo in pericolo la navigazione marittima. Si applicherebbe la legge del taglione.

India, i marò rischiano la pena di morte
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28 Novembre 2013 - 10.22


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Si aggrava la situazione dei due militari italiani detenuti in India. Secondo un’indiscrezione del [url”The Hindustan Times”]http://www.hindustantimes.com/[/url], la polizia di New Delhi, la Nia ha presentato un rapporto in cui accusa i marò in base a una legge che prevede la pena di morte.

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Gli investigatori avrebbero presentato lunedì 25 novembre al ministero degli Interni un rapporto in cui si chiede di perseguire Salvatore Girone e Massimiliano Latorre in base al “Sua Act” che reprime la pirateria marittima con la pena di morte «nonostante le ripetute richieste pressanti del ministero degli Esteri di trattare il caso con capi di imputazione che prevedono pene più lievi.

La polizia investigativa indiana Nia ha risposto però con un «no comment» ad una richiesta dell’Ansa che confermasse dell’esistenza del rapporto. Consultato telefonicamente il vice ispettore P.V. Vikraman ha detto soltanto: «Non posso commentare. Non sono in una posizione per poterlo fare».

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Il quotidiano ha avuto conferma la sera del 27 novembre della consegna del rapporto dai ministeri degli Interni, Esteri e dalla stessa Nia. Parlando con l’Ansa, una fonte diplomatica ha tuttavia ricordato «che la decisione finale spetta al giudice che dovrà formulare i reali capi di accusa» a carico di Latorre e Girone. Il giornale ha sottolineato, inoltre, il forte contrasto esistente tra gli Esteri e gli Interni sulla vicenda.

Ad aprile, il ministro degli Esteri Salman Khurshid, si era infatti impegnato con l’Italia sostenendo che il caso dei marò non rientrava fra quelli «rari tra i più rari» che prevedono l’applicazione della pena di morte. Lo stesso ministero degli Interni aveva modificato un suo ordine alla Nia rimuovendo il riferimento al “Sua Act”.

La legge, approvata nel 2002 in conformità con i trattati internazionali sulla sicurezza marittima, sarebbe al centro dell’acceso dibattito fra i due ministeri. La «Legge per la repressione degli atti illeciti contro la sicurezza della Navigazione marittima e le strutture fisse sulla piattaforma continentale» stabilisce chiaramente che se qualcuno uccide un altro, sarà passibile di pena di morte. Questo è fissato nell’articolo 3, comma g e i della legge in cui si dice che «chi causa la morte di qualsiasi persona sarà punito con la morte».

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L’incidente della Enrica Lexie è avvenuto a 20,5 miglia nautiche al largo delle coste del Kerala, oltre quindi le acque territoriali indiane, ma all’interno della cosiddetta «zona di interesse economico esclusivo» che si estende fra 12 e 200 miglia nautiche e su cui il Sua Act si applica. «La nostra logica», ha detto al giornale un responsabile della Nia, «è che uccidendo i pescatori, i marò hanno commesso un atto che ha messo in pericolo la navigazione marittima. E siccome c’è stato un omicidio, sono passibili di essere accusati in base ad una Legge che prevede la pena di morte».

Secondo quanto ha riferito ancora Hindustan Times, il ministero degli Esteri si è impegnato ad «assicurare che i due militari non siano perseguiti in base al Sua Act. Questo sarebbe una violazione della promessa fatta da Khurshid che ha il valore di una garanzia di uno Stato sovrano». Per questo, dopo la consegna del rapporto della Nia, il dicastero degli Esteri «farà un’attenta valutazione e esaminerà tutti gli aspetti legali prima di dare la sua posizione ufficiale».

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