Tragedia annunciata in Sardegna: non deresponsabilizziamo i colpevoli

Una strana coincidenza quella che sto vivendo, una sarda alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Varsavia. [Giorgia Foddis]

Tragedia annunciata in Sardegna: non deresponsabilizziamo i colpevoli
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23 Novembre 2013 - 17.00


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Giorgia Foddis è una ragazza oristanese, di 25 anni, laureanda in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Trento. Attualmente sta partecipando alla Conferenza Onu sul Clima, a Varsavia. Ecco le sue riflessioni sulla drammatica tragedia che ha colpito la sua Sardegna. Le pubblichiamo molto volentieri.

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Una strana coincidenza quella che sto vivendo, una sarda alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Varsavia. L’evento è solenne, vi è assoluta urgenza di agire, occorre sensibilizzare la popolazione, fare pressione sui negoziatori per far si che il riscaldamento globale sia limitato, che i maggiori danni dall’accertato cambiamento climatico siano limitati. Nel mentre un violentissimo nubrifagio colpisce per l’ennesima volta la mia terra, causando morti, feriti, sfollati, distruzione. Accade quindi che la triste vicenda che sta colpendo la Sardegna riceva la massima attenzione mediatica. Ne ha parlato la BBC, e, mentre pranzavo nella Food Court del National Stadium, pure la CNN mandava in onda un servizio di due minuti con immagini che mi hanno fatto passare l’appetito. In fondo, penso, dovrei essere contenta della pubblicità che sta avendo, almeno la tragedia non passa inosservata. Eppure.

In tanti scrivono, in tanti provano a spiegare le cause di questo triste avvenimento. E allora ricorrono parole come cambiamento climatico e triste fatalità, a volte accostate a generici e deboli richiami alla necessità di fare prevenzione. L’impressione che si ha è che si sia impotenti, che non sia stato possibile fare nulla per evitare la calamità. Non c’è ancora spazio per la parola ‘responsabilità’ in questi discorsi, eccetto rarissimi casi a livello regionale. È vero, le precipitazioni sono state intensissime (circa 500mml, corrispondente alla quantità media di precipitazioni di un semestre). È vero, gli eventi ‘estremi’ sono già più frequenti e sono destinati ad esserlo ancora di più, come sottolineato dal V Rapporto dell’IPCC. È vero, è importante sensibilizzare la popolazione sul tema del cambiamento climatico. Eppure, in tanti usano questo argomento solo per deresponsabilizzarsi, si chiama ‘emergenza’ ciò che ormai è divenuto ordinarietà. E allora, parliamo del fatto che è dal 1999 che la Sardegna subisce grandi devastazioni, chiaramente definite tutte’straordinarie’: faccio riferimento alle tragedie di Capoterra nel 1999, di quelle di Villagrande e della Baronia nel 2004, di quella di Capoterra e altre zone del cagliaritano del 2008. Sarebbe opportuno sottolineare che uno di questi paesi, Poggio dei Pini, è interamente costruito al centro dell’argine di un fiume, e che nonostante passate alluvioni e devastazioni, il PUC non viene modificato; che i comuni maggiormente colpiti sono i primi ad aver lottato contro i vincoli del Piano di Assetto idrogeologico (PAI), che le zone più colpite sono quelle in cui la promozione del territorio è intesa come cementificazione del litorale (Arzachena, Olbia). La verità è che in Sardegna ci sono dei precisi responsabili per questo disastro e che l’Italia intera è corresponsabile di queste morti.

Perché la messa in sicurezza del territorio, prima vera opera necessaria, non è presente nell’agenda politica nazionale? Perché, stando ai dati dell’Annuario ambientale 2012 dell’ Ispra, ogni secondo che passa si consumano 8mq di suolo? Perché 301 su 377 comuni dell’isola insistono su zone a rischio idrogeologico? E perché dal 2006/2007 questi non ricevono più un euro per fare prevenzione? Perché i fondi regionali stanziati per la difesa del suolo e contro il dissesto idrogeologico, pari a 1, 5 milioni di euro, sono stati interamente revocati dalla Regione pochi mesi fa? Perché la Sardegna non si è ancora dotata di un Piano di protezione civile nonostante sia obbligata a farlo dal 1989? Queste sono le domande che contano e per le quali conta impegnarsi in questo momento. La questione del cambiamento climatico è epocale, occorre però iniziare dal basso, agire con i mezzi che abbiamo già a disposizione, combattere l’inerzia, il malaffare, l’abusivismo edilizio, la cementificazione costiera, la perdita di suolo agricolo. Impegnamoci ad amare la nostra terra, a comprendere ciò che accade a livello locale, indigniamoci per poi agire, abbandoniamo la retorica, fuggiamo le strumentalizzazioni. Non facciamo il gioco dei colpevoli se veramente vogliamo non vi siano più croci sulle quali piangere.

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