Questione di bare. Ci sono quelle delle donne, dei bambini e degli uomini che la vita l’hanno persa provando ad approdare in Europa per fuggire dalla guerra e dalla povertà, e c’è quella ingombrante di Priebke che da morto non può stare neanche un secondo a spasso per Roma. Alle prime, dopo le scuse per quello che non abbiamo saputo fare, occorre assicurare un riposo onorevole e che abbia riguardo delle loro storie e della storia martoriata dei loro Paesi.
A Pribke, se si potesse, un foglio di via da una città nella quale ha seminato lutto ed orrore, per la vigliaccheria di aver ucciso innocenti, per la protervia di non aver rinnegato l’orrore. Per l’arroganza di aver voluto lasciare un testamento che è il sigillo delle colpe per le quali Roma gli ha chiesto di pagare.
Bene fa a ricordare l’Osservatore Romano: “C’è il titolo di un libro, “I sommersi e i salvati”, l’ultimo scritto da Primo Levi sulla tragedia dei campi di concentramento nel ventesimo secolo che sembra perfetto, non solo letteralmente, per raccontare l’orrore delle condizioni di milioni di migranti e di profughi in questo avvio di millennio. nel Mediterraneo, in Europa, nel mondo”.
Non si era spento l’orrore di un naufragio, ed eccone un altro: un altro grappolo di uomini, di donne e di bambini. Vere e proprie “odissee”, ricorda l’Osservatore, di persone con “non ignorabile diritto all’asilo”.
“I naufraghi di ieri e quelli di una settimana fa – dice l’Osservatore – raccontano di persone sommerse dai ritardi internazionali nelle politiche di aiuto e protezione, prima ancora che dal mare e di altri sventurati salvati dall’impegno di tanti marinai”.
