Un avvocato, un farmacista, un ingegnere elettronico. Sono fuggiti lasciadosi alle spalle una casa che adesso non sanno se è ancora in piedi. Alle spalle un lavoro da professionista e una vita rispettabile. Eppure han dovuto lasciare la Siria, per non morire. Il centro di prima accoglienza di Siracusa in questi giorni è un pezzo di Siria, un brandello sanguinante di cuore che si guarda alle spalle e teme per i giorni che verranno. Vite spezzate, famiglie lacerate e disperse, nuove vite, vite che ricominciano con un panino e una bottiglietta d’acqua.
Il centro di prima accoglienza è tutto questo quando è attraversato dall’urlo di un donna. Urlo raccolto dai volontari venuti qui a a lenire il dolore, a testimoniare questo passaggio della storia. La donna urla, poi, sopraffatta dal dolore, perde i sensi.
Ai cronisti parla Gianfranca Russo, pediatra e neuropsichiatra. Da giorni lavora qui, tra i profughi, raccoglie i loro drammi. Con lei tanti altri volontari e medici. Lei è stata in Kosovo e in Afghanistan, a Gaza. Ora la sua prima linea è qui, a Siracusa, terra di solidarietà, approdo di umanità disperata e in fuga.
La donna che ha urlato e perso i sensi non aveva avuto il tempo di esultare per lo scampato pericolo, per la piccola grande felicità d’essere sopravvissuta alla traversata del Mediterraneo, assieme alla figlia di sette anni. Non l’aveva avuto perché una telefonata le aveva fatto sapere, dalla Siria, che il marito e altri due figli erano stati uccisi.
Accanto alla tragedia, i piccoli bisogni quotidiani, l’acqua, qualcosa da mangiare, una saponetta per ridare dignità al corpo, un telo per asciugarsi dopo la doccia, per togliere la salsedine dalla pelle. I siriani sono sconvolti dalle immagini di quello che hanno lasciato.
La donna che ha saputo del marito e dei due figli morti voleva raggiungere il fratello in Germania. La bambina ha vomitato per l’intera traversata, sette giorni di mare. Quando è stata soccorsa era disidratata. Curata amorevolmente, come fanno medici e volontari, uomini e donne che onorano il nostro Paese. Questi volontari stentano a dormire la notte, dopo una giornata di lavoro. Quello che vedono e sentono se lo portano a letto, nel buio della notte.
Negli occhi, incisa, l’immagine della donna appena arrivata con in grembo il figlioletto senza vita. Aveva avuto minacce di aborto, aveva preso delle medicine prima di salire in barca, ma non sono servite. Al centro, decine e decine di bambini. E dopo la paura, la fame e la sete, riescono comunque a sorridere. Basta un gesto d’affetto, un giocattolo. È la forza della vita, capace di piegare pure le ottusità e le miopie.
Ma l’icona di questa forza resta Nahda, la bambina nata durante la navigazione dei profughi. Il nome Nadha vuol dire proprio rinascita. In barca c’era un farmacista siriano in fuga, è stato lui ad aiutare la donna a partorire. Il farmacista, il buio, il mare e le stelle. Padre e fratelli della piccolina sono al centro. Fuori, una città che fa a gara per venire incontro ai profughi: da mangiare, vestiti per i più piccoli, giocattoli, una carezza. La meglio Italia.
