Il Paese nel buco nero della memoria

Nel pieno del caos, vengono in mente sinistre similitudini con i primi anni Novanta. Quando dal fumo delle stragi saltò fuori Berlusconi. Ve lo ricordate? [Antonio Cipriani]

Il Paese nel buco nero della memoria
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Antonio Cipriani Modifica articolo

10 Aprile 2013 - 13.08


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di Antonio Cipriani

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Sapendo quando e com’è nato il fenomeno Berlusconi in questo Paese, mi preoccupa il finale di questa partita. La situazione non è meno complessa o opaca del 1992-1994, quando in un’Italia dilaniata e sotto ricatto venne fuori l’opzione politica destinata a cambiare le sorti di questa nostra democrazia, nata dalla Resistenza e faticosamente sopravvissuta alla strategia della tensione. Saltò fuori sull’onda mediatica di tangentopoli, sotto la minaccia di un terrorismo mafioso con il quale non abbiamo mai fatto i conti fino in fondo. Incomprensibile (se non si capiscono i mandanti…) Così simile al resto della storia della repubblica, disseminata di inspiegati fatti criminosi: una storia recente alla quale non è stata data una risposta. E non intendo solo la parte giudiziaria.

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Colpa della politica? Sì, colpa di un ceto politico non particolarmente capace (i risultati sono sotto gli occhi di tutti). Un’elite convinta che sul buco nero della memoria si potessero erigere grattacieli di modernità. E invece? Invece nei primi anni Novanta mentre i portavoce mediatici di questo pessimo ceto politico tromboneggiavano, spiegando ai poveri cittadini che cosa stava accadendo nel Paese senza averne la minima idea, in Italia cominciava il ventennio di Silvio. Tra le uccisioni di Falcone e Borsellino, e prima ancora con l’ammazzamento di Salvo Lima. Con le bombe contro patrimonio e cultura a Roma e a Firenze. Con episodi opachi, letti dagli analisti del niente (che ancora sono ai loro posti a raccontarci banalità) come tentativi di fermare il “nuovo che avanza”. Così dicevano e scrivevano. Infatti… Le analisi di quei grandi giornalisti andavano a braccetto con quelle dei pessimi politici. Impossibile capire chi ispirasse se gli uni o gli altri. O se fossero ambedue sapientemente ispirati. Risultato: un Paese indebolito, una democrazia lentamente devastata, un vuoto di memoria e di conoscenze che ha rappresentato il ponte verso una modernità fatta di abbattimento di senso morale, di cultura e di regole.

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Non ve l’hanno spiegato a Porta a Porta. Però, siccome siete lettori attenti, ve ne siete accorti da soli.

E oggi? In cauda venenum. Come mi disse in una splendida intervista il giudice Giovanni Tamburino che aveva cercato di indagare sulla ramificazione occulta che arriva alle fondamenta dello Stato italiano: la situazione è cambiata rispetto agli anni Settanta? E perché? Quando una cosa funziona non si cambia…

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Quindi oggi. A voi sembra normale che un’elite di parlamentari del Pdl dia l’assalto a un tribunale? E che il presidente della Repubblica li riceva e faccia sapere che bisogna cercare di trovare una soluzione per lasciar fare politica a Berlusconi… Perché? Qualcuno ha una risposta? Io, normale cittadino, vengo indagato, processato, condannato. Pago e sto zitto. Perché chi ha fatto dell’abbattimento delle regole la sua unica regola deve farla franca? Perché dovremmo preoccuparci di un salvacondotto giudiziario per un personaggio che presenta tratti autoritari ed eversivi, che in un momento di crisi come questo sta esasperando ogni tematica per salvare se stesso alla faccia di tutto il resto? Sappiamo anche da dove viene… E perché negli ultimi giorni del settennato Napolitano scopre questa vocazione presidenzialista così estranea alla nostra Costituzione?

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Domande senza risposte. Per lo meno senza risposte chiare. Domande che ci fanno correre i brividi lungo la schiena, perché la storia del Paese la conosciamo. E anche la pervasiva e sistematica azione di quel coagulo di interessi che ogni tanto si presenta come Stato e ogni tanto come anti-Stato. Che rappresenta fondamentalmente l’antipolitica laddove sostituisce i valori democratici e costituzionali della politica.

Sì, il periodo è oscuro. E fa paura. C’è bisogno oggi più che mai di essere attenti e di riappropriarci della storia, di fugare nubi scure e di liberarci dei danni del passato. Di quel passato che ha messo a repentaglio più volte la nostra democrazia e che – se non viene risolto e fermato – continuerà a farlo. In ogni modo, mutevole e nel contempo tratto costante della nostra storia fatta di tante cose belle e brutte e alla luce del sole e altrettante oscure e sotterranee. Nell’esercizio di un potere dai tratti a noi ignoti fino in fondo che da sempre alimenta la sua forza nel pieno della destabilizzazione. Che sia di bombe, di terrore, di mafia o di finanza poco cambia. Una destabilizzazione che un tempo – quando si studiavano i fenomeni – era definita stabilizzante. Non certo per il cittadino e per i suoi diritti, per la democrazia, insomma. Per altri interessi che vanno al di là di tutto questo.

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Twitter: @ciprianis

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