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Il prete contro il prefetto: offesa la mia dignità

La lettera durissima di don Maurizio Patriciello al prefetto di Napoli, scritta la sera stessa dell'aggressione verbale subita: «Così la camorra non la sconfiggeremo mai».

Il prete contro il prefetto: offesa la mia dignità

Desk

22 Ottobre 2012 - 11.46


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Don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, si è sentito «Mortificato» dalle parole gridate dal prefetto di Napoli Andrea De Martino nei suoi confronti. E lo ha scritto la sera stessa dell’episodio, il 17 ottobre,
in una lettera indirizzata al prefetto, solo poche ore dopo quanto accaduto in Prefettura e ripreso nel video che ha fatto il giro della rete, con il rimprovero sul «signora» rivolto al prefetto di Caserta Carmela Pagano, considerato poco rispettoso nei confronti di un alto funzionario dello Stato.

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Nella lettera, resa pubblica a distanza di quattro giorni, si legge: «Mentre nei nostri paesi tanta gente
scoraggiata non ha fiducia più in niente e in nessuno; mentre la camorra ancora ci fa sentire il suo fiato puzzolente sul collo; mentre i rifiuti tossici continuano a essere bruciati e interrati nelle nostre terre, il signor prefetto di Napoli, mette alla berlina un prete davanti a una cinquantina di persone perché si è rivolto al prefetto di Caserta chiamandola semplicemente “signora” anziché “signora prefetto”. Incredibile».

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E don Patriciello continua: «Se a me, prete di periferia, è concesso di ignorare che chiamare semplicemente “signora”, la signora prefetto di Caserta fosse un’offesa tanto grave, non penso
assolutamente che fosse concesso a lei arrogarsi il diritto di umiliare un cittadino italiano colpevole di niente». «Lei non era e non è un mio superiore. Mi dispiace. Tanto. Avrebbe certamente potuto consigliarmi di rivolgermi al prefetto di Caserta chiamandola “signora prefetto”. Avrei accolto – aggiunge – immediatamente il suo consiglio. Invece, con il tono della voce del maestro che redarguisce lo scolaro, e con parole tanto dure quanto inopportune, ha quasi insinuato che il sottoscritto non
avesse rispetto per lo Stato».

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La lettera indirizzata al prefetto di Napoli prosegue: «Personalmente sono convinto che la camorra in Campania non la sconfiggeremo mai» perché il «pensare camorristico ha messo radici profondissime in tutti». «Io alle mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del clan dei
Casalesi. La mia Diocesi, Aversa, è quella – ricorda – di don Peppino Diana. Ma io dei camorristi non ho paura – aggiunge – Lo so, potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ho messo in conto fin dal primo momento in cui sono stato ordinato prete», ma «bisogna sradicare il fare camorristico sin dai più piccoli
comportamenti» perché «tutto ciò che uno pretende in più per sé e non gli appartiene, lo sta rubando a un altro. Perché ogni qualvolta che una persona si appropria di un diritto che non ha, sta usurpando un potere che non gli è stato dato».

Il testo si conclude così: «Ecco, signor prefetto, glielo dico con le lacrime agli occhi, lei stamattina mi ha dato proprio questa brutta impressione. Lei ha calpestato la mia dignità di uomo. Ai miei diritti non rinuncio facilmente ma, mi creda, cerco a mia volta di non invadere quelli di nessuno. Purtroppo, stamattina, credo che lei, signor prefetto, pur forse senza volerlo, abbia maltrattato e rinnegato
i miei».

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