Per la Corte costituzionale è ammissibile il ricorso del Quirinale contro la Procura di Palermo, sul conflitto di attribuzione riguardo alle intercettazioni telefoniche del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con il senatore Mancino, nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. I giudici hanno ritenuto fondato il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sia sotto il profilo soggettivo, che sotto quello oggettivo. La Consulta, inoltre, avrebbe intenzione di dirimere il prima possibile il nodo delle intercettabilità del capo dello Stato.
“Non spettava ai pm di Palermo omettere di distruggere le intercettazioni del Presidente”, questo hanno chiesto alla Corte costituzionale gli avvocati dello Stato Ignazio Francesco Caramazza, Antonio Palatiello e Gabriella Palmieri. L’articolo 90 della Costituzione, dicono infatti i legali, stabilisce che “il Presidente non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”.
E la procura di Palermo si difende: “Andiamo avanti nel nostro lavoro, nell’inchiesta e nel processo. Siamo convinti di avere agito nel pieno rispetto della legge in vigore”, ha commentato Nino Di Matteo, uno dei magistrati che si occupano dell’inchiesta sulla trattativa. Adesso i magistrati palermitani dovranno decidere se dofendersi da soli o nominare gli avvocati costituzionalisti, che sono ammessi a patrocinare le cause difronte alla consulta.
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