La corte d’Appello dell’Aquila ha assolto il giudice “anticrocifisso” Luigi Tosti “perché il fatto non sussiste”. L’ex giudice era stato condannato in primo grado a un anno di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per essersi rifiutato di tenere udienza nel Tribunale di Camerino nelle cui aule campeggiava il crocifisso. La sentenza di assoluzione era nell’aria se non altro perché per un analogo episodio di rifiuto a tenere udienza da parte dell’ex magistrato, la suprema corte di Cassazione aveva ritenuto che non si fosse verificato il reato – e cioè l’interruzione di pubblico servizio – grazie all’intervento del presidente del Tribunale che, avvertito per tempo, aveva trovato un sostituto al giudice. Quindi Tosti fu assolto grazie ad un tempestivo rimedio amministrativo-organizzativo tra i magistrati in servizio che lo avevano rimpiazzato.
Ben misera soddisfazione per il battagliero magistrato, comunque rimosso dall’incarico dal Csm sempre a causa del suo comportamento. Una decisione, quella della Cassazione, che lascia l’amaro in bocca: come infatti hanno sostenuto gli avvocati difensori di Tosti, Dario Visconti e Carla Corsetti, l’assoluzione sarebbe dovuta discendere piuttosto dal riconoscimento del suo legittimo rifiuto a esercitare la funzione di magistrato che presta giuramento alla Costituzione della Repubblica quando le condizioni in cui tale funzione viene esercitata contrastino con l’inviolabile libertà di coscienza. In altri termini, il suo rifiuto a tenere processi sotto un simbolo religioso andrebbe considerato lecito come atto di esercizio di un diritto costituzionalmente garantito e insopprimibile; un atto di rifiuto inteso come legittima difesa a fronte di una compressione della sua stessa libertà. Per ora dunque l’assoluzione c’è stata, ma resta da capire se queste motivazioni sostenute da Tosti e dai suoi difensori saranno o meno alla base della decisione della Corte, che per il deposito del testo integrale della sentenza ha fissato la data del 15 settembre.
Resta però un episodio per alcuni versi surreale all’apertura dell’udienza, con un epilogo che si presta a molte interpretazioni. Nell’aula in cui si celebrava il rito in un’accaldata mattinata di luglio, campeggiava ancora una volta un crocifisso ligneo che sovrastava la scritta “La legge è uguale per tutti”. Tosti ha chiesto, neanche a dirlo, che la sua libertà di uomo venisse riconosciuta e tutelata, a maggior ragione ora che da giudice era ridotto al ruolo di imputato. Ha quindi preso la parola, chiedendo con fermezza agli ex colleghi di disporre la rimozione del simbolo dall’aula.
La decisione adottata dopo una lunga camera di consiglio non è stata quella di accogliere la richiesta; né la Corte ha avuto il coraggio di investire della vicenda la Corte Costituzionale perché districasse l’empasse tra norme internazionali, principi costituzionali e regolamenti di epoca fascista che, in materia di simboli, consentono e insieme vietano di attribuire connotati confessionali agli uffici e alle funzioni pubbliche.
La soluzione salomonica è stata trasferire l’intera Corte – avvocati, pm, cancellieri e pubblico – nella vicina aula utilizzata per le vertenze di lavoro le cui pareti sono nude e rivestite solo di uno splendido travertino giallo. Un’aula di giustizia ad personam? Una sorta di ripiego, un’aula ghetto o uno spazio di libertà non concessa a tutti, ma solo a chi ha il coraggio delle proprie idee? Certamente la difesa dell’ex magistrato marchigiano deve aver scosso le coscienze dei giudici e li ha indotti all’inusuale trasloco. Non abbiamo potuto fare a meno di ripensare alle beffarde e tragiche parole di Giordano Bruno che, davanti a un tribunale dell’Inquisizione intimorito dalla grandezza delle idee dell’imputato, lesse sulle labbra del filosofo la frase, appena sussurrata: «Avete forse più timore voi a pronunciare questa sentenza che io ad ascoltarla».
