Falla mortale negli alberghi galleggianti

Mentre sono ancora in corso le operazioni di ricerca di altri superstiti nel relitto della nave si apre il processo all'assurdo marittimo di queste gigantesche Disneyland viaggianti.<br>

Falla mortale negli alberghi galleggianti
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15 Gennaio 2012 - 15.46


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I vecchi e il mare. Una nave ha come suo primo interlocutore il mare. Così era una volta. Così dovrebbe ancora essere. La sfida tecnologica dell’uomo contro la terribile potenza e possibile rabbia di quella maggior parte del pianeta che è liquida. Una nave normale ovviamente. Quella che trasportano merce da un capo all’altro del mondo. Solo merci o cannoni -la navi da guerra- perché i passeggeri del mare non esistono più. Salvo i traghetti, che fanno da tranvai da un porto all’altro, su e giù come uno yo-yo che va e viene, su e giù sempre sulla stessa rotta. Poi accadde che, per salvare gli ultimi grandi transatlantici costruiti oltre il tempo massimo dell’impero aereo, qualcuno si inventò “La crociera”. L’emozione dei viaggiare per mare, un pizzico d’avventura, mete esotiche e un assaggio di ricchezza sfavillante a prezzo convenuto. Per un volta nella vita.

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I mostri marini. Ora le navi da crociera sono puri e semplici mostri marini. Parallelepipedi con fumaiolo tenuti a galla da uno scafo che appare nano insignificante in quella massa di acciaio e vetri anti urto e balconi panoramici. Sproporzionate come novelli mostri marini mal disegnato dal suo cartonist. Basta leggere i numeri esibiti dalla ormai fu “Costa Concordia” per coglierlo. 52 metri d’altezza dal galleggiamento, massimo una decina sott’acqua. Più alta che larga. Più o meno come mettere una scatola chiusa in mare. Se galleggia puoi anche slanciarla per quasi 300 metri di lunghezza, ma resta sempre una parallelepipedo troppo alto coricato in mare. Un albergo galleggiante e completamente autosufficiente per quasi 5 mila persone. In un ruolo che appare ad occhio contro natura rispetto al mare che la sostiene.

Marinai o albergatori? Contro natura perché lo scopo primario è far divertire viaggiando. Ed il mare viene ridotto al ruolo di autostrada. Svilisci il mare e condizioni le sacre regole di chi va per oceani e deve manovrare la nave in sicurezza col suo carico lungo rotte precise e controllate. Quanto è Capitano di Lungo corso e quanto è manager alberghiero il comandante che porta per mare quei bestioni? Quanto accostarsi a riva per mostrare un paessaggio costiero modello Amarcord ad esibire ed autoesibirsi, in chiave di manager turistico, e quanto badare agli scogli affioranti da cui stare alla larga? Quanto rischiare di navigazione in un mare arrabbiato pur di non perdere l’appuntamento per la gita turistica programmata al successivo porto di attracco? Influisce di più l’arte marinara del Comandante o le urgenze di organizzazione dello svago a tutti i costi?

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Gigantismo Titanic. Dubbi antichi che esplodono oggi nella tragedia del Giglio e che non basta più occultare nella perfezione tecnica della nave stessa. La magia di Fincantieri e l’abilità ingegneristica e operaia nello storico stabilimento navale di Genova Sestri Ponente, non bastano. Chiave di tutto, ora apertamente denunciata dalla tragedia, la contraddizione possibile tra le regole dell’andare per mare e la Disneyland galleggiante cui è ormai omologata l’offerta turistica della crociera. Ma il gigantismo richiede oggi qualche riflessione. Ad esempio la gestione delle persone a bordo. Una babele di lingue. Troppe tra il personale, e tempi di evacuazione lunghissimi, ci racconta l’attualità. Oltre le negligenze di equipaggi forse troppo raccogliticci e male addestrati. Probabilmente più beneducati addetti al funzionamento del “giochificio” che marinai veri.

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