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Ex operai Thyssen Krupp ed ex escort di Arcore: la convergenza parallela

Nell'Italia fondata sul lavoro (che non c'è), il paradosso della disoccupazione patologica finisce per avvicinare realtà sociali opposte, nella minaccia di un male comune.

Ex operai Thyssen Krupp ed ex escort di Arcore: la convergenza parallela

madpap

28 Giugno 2011 - 19.46


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Quando si parla del futuro per i giovani del nostro paese, un tema su tutti domina il dibattito: il lavoro. In tutte le sue varianti (che poi non sono molte e non sono così dissimili): quando c’è ma è precario, quando non c’è ancora e potrebbe arrivare e quando non c’è affatto e non si vede luce all’orizzonte.

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Così, per una nazione che ha posto il lavoro a principio-cardine dello Stato, tanto da erigerlo a valore fondante della repubblica (come da primo articolo della Costituzione), diviene singolare che i cittadini italiani, in massa, siano colti dall’incubo mostruoso ed incessante della disoccupazione.

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Prendo spunto per il ragionamento da due notizie di ieri, 27 giugno.

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Su L’Unità, nell’articolo-intervista di Giuseppe Vespo [url”Operai Thyssen: disoccupati e discriminati”]http://www.unita.it/economia/operai-thyssen-br-disoccupati-e-discriminati-1.308091[/url], si legge che gli ex operai della fabbrica torinese dismessa hanno difficoltà a trovare un nuovo lavoro. Come tutti, si penserà. Non proprio: raccontano invece che le agenzie interinali alle quali si rivolgono, consigliano loro di cancellare dal curriculum l’ esperienza lavorativa alla Thyssen.

Come se fossero i responsabili diretti dell’orrore accaduto lì dentro, e debbano perciò ripulirsi la coscienza dalla colpa di aver lavorato in quella fabbrica dove hanno visto morire colleghi e amici, essere sopravvissuti all’incendio ed avere infine chiesto un risarcimento per i danni subiti in seguito alla chiusura dello stabilimento. Insomma, attestare un passato lavorativo alla Thyssen potrebbe danneggiare l’immagine di questi ex operai e non permettere loro di ricollocarsi agevolmente nel marcato del lavoro.

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Inutile obiettare che il “danno d’immagine” sarebbe un concetto da discutere in modo un po’ diverso: chi lo subisce da chi, e in cosa consisterebbe.

Ma c’è un’altra creativa declinazione del concetto che nello stesso giorno di ieri è stata espressa, come istanza di risarcimento, dagli avvocati di alcune delle ex escort (o presunte tali) di Arcore, parti civili nel processo Ruby. Come [url”riportato”]http://www.corriere.it/cronache/11_giugno_27/parti-civili-ruby_be54c738-a0b0-11e0-b2f7-bc745ffd716f.shtml[/url] sul Corriere della Sera, la tesi della difesa si regge sul rischio, per le ragazze coinvolte nell’inchiesta, “della perdita di chance lavorative”.

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E un riflesso sociologico importante mi pare possa essere colto dall’osservazione di questi due casi: la disoccupazione come patologia diffusa, che interessa almeno due generazioni della società italiana, trascina con sé una bizzarra e inevitabile conseguenza. Quella di accomunare, come parti lese di uno stesso male sociale, i più diversi soggetti che incappano nella minaccia o nella triste realtà del lavoro che non c’è. Creando una convergenza parallela di immagini danneggiate. Che è un ossimoro. Ma in quest’Italia diventa realtà.

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