Alberto Crespi: «Da Leone a Tarantino, Morricone rock senza saperlo». I video

Il critico e conduttore di “Hollywood Party” descrive la centralità del compositore nel cinema, rievoca «lo “scherzo” a Pontecorvo» e ricorda il lavoro per Gianni Morandi

Ennio Morricone

Ennio Morricone

di Stefano Miliani


Ennio Morricone, come sapete, ci ha lasciati sbigottiti e sgomenti perché, ingenuamente, pensavamo fosse eterno come le sue musiche (clicca qui per la notizia). A 91 anni (ne avebbe fatti 92 a novembre) è morto e già fino al 2019 aveva diretto concerti. Volete un aneddoto in grado di farci intuire le doti del compositore amato da registi come Sergio Leone, Tarantino, Tornatore, Giuliano Montaldo e innumerevoli altri maestri della macchina da presa? Volete sapere che tipo era era l’autore delle musiche per circa 500 film? Ce lo rievoca Alberto Crespi, critico cinematografico, conduttore del programma di Rai Radio3 Hollywood Party che stasera alle 19 sarà interamente dedicato a Morricone, oltre a essere responsabile per stampa, comunicazione ed editoria del Centro sperimentale di cinematografia di Roma.
Dunque, ricordando con gran dispiacere il compositore appena scomparso Crespi racconta: «Gillo Pontecorvo si riteneva un musicista, gli piaceva pensare le colonne sonore dei suoi film ma non sapeva scrivere la musica e fischiettava dei temi a Morricone che lo sopportava a stento. Allora: Ennio doveva comporre la musica della Battaglia di Algeri. Gillo va da lui e salendo le scale fischiettava un tema che aveva in mente. Morricone, che aveva l’ “orecchio assoluto” come Mozart e altri, lo sente e quando il regista gli dice di avere un’idea il compositore al pianoforte suona quello che Pontecorvo fischiettava. Gillo strabilia, gli dice che era proprio quello che immaginava, pensa a una corrispondenza, ma Morricone gli racconterà solo anni dopo di averlo sentito fischiettare per le scale».


Crespi, perché Morricone è stato così incisivo nella storia del cinema?


Forse insieme a Nino Rota la sua musica per il cinema è quella che più si è insinuata nella memoria musicale di ognuno di noi. Abbiamo tutti in mente una sua musica che fischiettiamo di tanto in tanto.


Tra giornalisti si usa il “tu” per cui la domanda è: quale musica ti viene in mente?


Il tema di Giù la testa di Sergio Leone, “scion scion”. Ma ce ne sarebbero tantissimi altri.


Qual è una sua qualità fondamentale?


Credo sia stato il compositore più capace nel partire da una base tecnica di altissima specializzazione e qualità: è stato allievo di Goffredo Petrassi, è un vero musicista contemporaneo. Se facciamo un confronto, Armando Trovajoli (1917-2013) nasce come pianista jazz e del jazz conserva la duttilità e la capacità di improvvisare e rielaborare i temi in maniera diversa. Diplomatosi all’Accademia di Santa Cecilia a Roma in tromba, Morricone nasce invece come compositore di musica contemporanea e conserva per tutta la carriera quel rigore alla Luigi Nono, alla Berio. Allo stesso tempo riesce a essere incredibilmente popolare, riesce a tenere insieme in maniera direi miracolosa la preparazione accademica e la duttilità del musicista pop. Tra i suoi primi lavori curò gli arrangiamenti delle canzonette, per esempio dell’album di Gianni Morandi del 1963 Non son degno di te. Ma vorrei sottolineare che sono arrangiamenti particolari, molto sofisticati. È famoso soprattutto per aver lavorato per Sergio Leone ma i registi con cui ha più lavorato sono Tornatore e quasi tutti i film di Giuliano Montaldo.  


Con la musica di Morricone un film diventa qualcosa d’altro?


Sì. Pensiamo alla colonna sonora di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. A Morricone piaceva usare strumenti strani come lo scacciapensieri (che usò anche in qualche pezzo per Sergio Leone). E con lo scacciapensieri rende indimenticabile la colonna sonora del film di Elio Petri, del 1970, gli dà un andamento quasi surreale. Infatti Kubrick chiese a Morricone la colonna sonora di Arancia Meccanica dopo aver sentito quella per Indagine su un cittadino. Il compositore rispose che non poteva e allora piuttosto che chiedere ad altri Kubrick prese pezzi classici o rifatti con il moog da Walter Carlos: rimane una colonna sonora indimenticabile ma come sarebbe stata se Morricone avesse accettato? Di sicuro lui detestava come Kubrick aveva modificato la musica classica immettendo anche canzonette: era appunto molto rigoroso. Ricordo quanto mi raccontò un collega dell’Unità, molti anni fa, Michele Anselmi, che sa suonare: in una intervista gli chiese se componeva al pianoforte o usando uno strumento e Morricone lo guardò male. Gli disse: “Io compongo al pentagramma, non ho bisogno di sentire la musica, la sento dentro la mia testa e la scrivo”. Infatti nelle sue partiture c’è scritto ogni dettaglio.


Il suo rapporto con l’Oscar? Lo ha ricevuto alla carriera nel 2007 dopo cinque nomination, lo ha vinto per “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino nel 2016.


Il suo rapporto con il premio Oscar è stato difficile. Era arrabbiato per non averlo vinto con Mission. Lo aveva battuto Round Midnight: diceva che era una colonna sonora bellissima, era di Herbie Hancock, che però aveva adoprato temi standard, non lo riteneva un lavoro da compositore vero quanto un riarrangiamento di pezzi famosi. Credo avesse ragione. Con l’Oscar alla carriera gli misero la stella nella Hall of Fame a Hollywood.


Quentin Tarantino lo ha adorato. Com’è andata?


Il regista lo convinse a scrivere la colonna sonora di The Hateful Eight dopo averlo cercato dai tempi di Pulp Fiction. Morricone rispondeva sempre di non avere tempo e diceva che poi Tarantino gli prendeva di pezzi ci metteva su delle canzoni. Per Hateful Eight si lasciò convincere però, ed è una mia lettura, gli fa uno scherzo: invece di comporre un pezzo alla Sergio Leone, orecchiabile, gli manda venti minuti di musica quasi atonale come se fosse un pezzo di Petrassi. Tarantino naturalmente è costretto ad accettare e poi vince l’Oscar del 2016. Di fatto è musica completamente diversa da quella melodica e accattivante come, per dire, il tema di Mission. Tranne che per Malena di Tornatore è stato candidato alla statuetta solo per film di registi stranieri.



Il rock: i Clash e Springsteen hanno usato le sue musiche per introdurre i loro concerti. Perché questa fascinazione?


Citerei anche i Dire Straits: una loro canzone è Once upon a time in the west. Per lo più gli omaggi dei musicisti rock testimoniano l’impatto del cinema di Sergio Leone, grazie anche a Morricone, sulla cultura americana. Il regista ha rilanciato un genere, il western, che a Hollywood a metà anni ’60 stava sparendo, poi è rinato con Sam Peckinpah e altri. Il rock testimonia dunque l’impatto di questi due romani e la forza evocativa di quei temi musicali. C’è anche un altro omaggio molto meno conosciuto: un piccolo gruppo rock inglese dei primi anni ’70, i Babe Ruth, dal nome di un giocatore di baseball. Nel loro primo disco, bello, nella canzone The Mexican introducono il tema di Qualche dollaro in più e ci sta magnificamente. Sembrava naturale perché Morricone era rock senza saperlo e senza ammetterlo, anche se il rock non gli piaceva.


Quale era la sua arte principale nella musica da film?


Si metteva al servizio della storia. Leone addirittura lavorava così: prima gli faceva scrivere la musica e poi la faceva andare sul set per aiutare gli attori a stare in parte.


Il rapporto con Sergio Leone è decisivo.


Un giorno mi emozionò molto vedere da Checco il carrettiere, un’osteria in Trastevere, una grande foto di una scuola elementare su una parete con i nomi di ogni bambino scritti a mano. A un capo c’è Leone, riconoscibilissimo, all’altro “Moricone”, scritto con una “r” sola con un tipico refuso romano. Erano stati compagni di scuola e si ritrovarono quando Leone gli chiese la colonna sonora di Per un pugno di dollari, del 1964.