Chi era davvero Giorgio Gaber? Ce lo racconta in un libro Ombretta Colli

Dalla prima cena, pagata dalla futura moglie, al teatro canzone: ritratto di un artista attento alla politica e alla società ma fuori da giochi politici

Giorgio Gaber e Ombretta Colli con la piccola Dalia, dicembre 1969

Giorgio Gaber e Ombretta Colli con la piccola Dalia, dicembre 1969

di Giordano Casiraghi

Quanto ci manca Giorgio Gaber? Ce lo ricorda Ombretta Colli, la sua Ombretta, che ha deciso di mettere in un libro tanti ricordi passati insieme, tanto affetto e tanta passione nelle cose da fare. Il libro, «Chiedimi chi era Gaber» Mondadori, 156 pag. 18€, è stato scritto con Paolo Dal Bon che da tempi remoti è stato al fianco di Gaber e da presidente della Fondazione Gaber ha curato ogni iniziativa, dai Festival in Versilia e a Milano fino alle varie pubblicazioni video e discografiche sull’opera storica di Gaber.
Gaber (1939-2003) immenso, ancora tanto da scoprire, e Ombretta che con scorrevole leggerezza ce lo fa conoscere anche sotto l’aspetto umano, rivelando alcuni aspetti curiosi che danno ancor più l’idea di chi era Gaber. Come quella volta che, al primo invito in un famoso ristorante milanese, al momento di pagare Gaber si accorge di non aver con sé il portafogli. Toccherà a Ombretta pagare, perché quello dei soldi sarà una costante per Giorgio che d’abitudine non li teneva in tasca.

Curioso il primo incontro. Ombretta, arrivata da Genova iniziava a farsi conoscere come attrice e viene convocata per alcune foto da realizzare insieme a un giovane cantante. Se lo trova davanti e scopre che il servizio doveva servire per la copertina di un 45 giri: siamo nel 1961 e per la precisione la canzone era Benzina e cerini che viene portata al Festival di Sanremo. In realtà poi il servizio non verrà utilizzato. Passa del tempo e la scintilla scatta un giorno che i due si ritrovano a Roma, a una festa collegata al mondo del cinema. Gaber defilato, fuori dal suo ambiente musicale, se ne sta in disparte e attira l’attenzione della Colli che si fa avanti vedendolo come un pesce fuor d’acqua. I due da allora non si staccheranno. Nel giro di poco si sposano. Sarà Gaber a suggerire a Ombretta di dedicarsi al mondo della canzone e dello spettacolo.
Si parla di Giorgio anche negli aspetti familiari e privati, per esempio del problema e della lotta che dovette intraprendere dopo essere stato colpito da poliomielite. Appassionata di astrologia, Ombretta tratteggia le caratteristiche del segno zodiacale di Gaber, l’Acquario: «In genere si tratta di soggetti capaci di forti ideali umanitari e di fratellanza; grande carisma e vigore intellettuale; costantemente rivolti al miglioramento di sé ma anche sensibili e solidali col prossimo, e dotati di uno spiccato senso di giustizia sociale. Caratteristiche che corrispondevano pienamente a Giorgio».

Interessante una descrizione che lo stesso Gaber ha tracciato ai tempi delle sue prime esibizioni al Santa Tecla. Al piano e capo orchestra c’era Giorgio Casellato e quando uno del pubblico chiede se conoscessero la canzone «Be Bop A Lula» sarà Gaber a rispondere che sì, la potevano suonare. Siamo nel 1959 e ormai il rock aveva fatto breccia e anche al Santa Tecla, dopo tanti anni di Milan College Jazz Society, chiedevano un rinnovamento. Celentano era già famoso e Ghigo aveva già fatto furore con la sua «Coccinella». Gaber non era da meno e con un altro astro nascente, Enzo Jannacci, getterà le basi per una carriera che lo porterà lontano.
Sempre Gaber tratteggia un aspetto importante del suo carattere: «Io quando non lavoro, lavoro sempre. Sono un po’ fanatico! Se faccio una cosa la faccio fino in fondo, tanto da dimenticarmi di tutto il resto. Ma sono sempre attratto solo e soltanto da ciò che mi può servire o arricchire professionalmente. Per cui se vado a vedere un film, o se leggo un libro, lo faccio sempre pensando a cosa posso trarne per il mio mestiere. Arrivo così a una deformazione professionale per cui, a parte gli affetti e la famiglia, tutto il resto non esiste».

Concentrato come pochi, ha saputo costruire un repertorio di canzoni anche allegre, ma sempre con un risvolto sociale, tra le tante «Barbera e Champagne». Intanto Gaber si fa conoscere anche dal pubblico televisivo con trasmissioni importanti, quelle del sabato sera. A «Diamoci del tu» con Caterina Caselli fa esordire Francesco Battiato che da quella volta si chiamerà Franco su suggerimento dello stesso Gaber. Sì, perché quella volta in trasmissione c’era già un Francesco, Guccini. Siamo nel 1967 e si aspetteranno tre anni per il salto definitivo nel Teatro Canzone. L’idea di intraprendere una strada differente arriva da una tournée teatrale con Mina, documentata in un album. È lì che Gaber capisce la forza del contatto con il pubblico, della possibilità di rinnovarsi a ogni nuovo spettacolo.



Tante cose vengono raccontate nel libro e a Ombretta va il merito di aver saputo documentare le varie fasi inserendo le attese, le ansie e le responsabilità del successo. Nel frattempo la stessa Ombretta è impegnatissima, con canzoni, con trasmissioni televisive e spettacoli teatrali, tutti di successo. Lei, da sempre impegnata sul fronte del femminismo, si fa apprezzare con «Una donna tutta sbagliata» e «A che servono gli uomini?»
La Colli racconta della sua partecipazione politica a Forza Italia, del sostegno che ha ricevuto da Gaber, certamente non capito dalla sponda che lo identificava come appartenente al mondo della sinistra. Ma Gaber era fuori dai giochi politici, lo aveva espresso con canzoni come «Destra sinistra». Alla fine la malattia, lunga, che l’artista affronta con coraggio, continuando a calcare le scene e scrivere spettacoli insieme all’inseparabile Sandro Luporini.
Ed è così che Ombretta conclude il libro: «Sì, con Giorgio abbiamo costruito qualcosa di solido, di cui essere orgogliosi. L’abbiamo capito e davvero realizzato il giorno in cui Dalia ci ha comunicato che aspettava un bambino. Attorno a noi, a partire proprio da noi, un uomo e una donna, continuava a nascere la vita».

La Fondazione Gaber