Mainetti: «La scuola non insegna musica: ignorare Vivaldi è come ignorare Dante»

Il compositore di colonne sonore e docente a Santa Cecilia: «Fare lezioni mi salva dall’angoscia del Coronavirus. Ricordo il poeta Caproni maestro: ci insegnava a essere un gruppo con i trenini elettrici»

Stefano Mainetti

Stefano Mainetti

di Giuseppe Costigliola

Stefano Mainetti è nato a Roma nel 1957 e si è diplomato in Composizione al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Studia direzione d’orchestra e si laurea con lode in Scienze politiche. Docente di composizione per la musica applicata alle immagini presso il Conservatorio di Santa Cecilia, è autore di numerose colonne sonore per teatro, cinema (per film come Il ragazzo dal kinomo d'oro 2, Trinità & Bambino... e adesso tocca a noi, Zombi 3), fiction (le fiction Deserto di fuoco e Orgoglio), nonché di opere sinfoniche; per la Rai sua è la sigla del TG l'Una. Nel giugno 2017 presenta il progetto Rendering Revolution, esperienza di musica e arte virtuale in cui suono, visione e danza si fondono per dar vita a un viaggio multisensoriale nella realtà aumentata.

Come sta vivendo, da artista e da uomo, questa emergenza dovuta al Coronavirus?
All’inizio ero disperato, vivevo freneticamente la mia giornata passando da un Tg all’altro nella speranza vana che si rivelasse tutto una bolla di sapone. Pensavo che tutto sarebbe finito nel dimenticatoio con la stessa velocità delle altre notizie, ma così non è stato. Presa coscienza della gravità della situazione mi sono organizzato cercando di ottimizzare tutte le mie attività alla luce dei nuovi vincoli. Le produzioni a cui stavo lavorando sono state sospese e per il momento non si parla né di date né di ripresa, di conseguenza la parte più strettamente creativa del mio lavoro ha subito una battuta d’arresto. Mi sono occupato più che altro di sistemare alcuni aspetti organizzativi del mio studio di registrazione, ho ascoltato molta musica e letto tanto. Fortunatamente l’insegnamento in Conservatorio è potuto proseguire con l’utilizzo di piattaforme digitali. Penso invece a chi non ha la mia fortuna di poter continuare a lavorare, in questi casi è comprensibile che l’angoscia prenda il sopravvento, soprattutto quando per mettere insieme il pranzo con la cena bisogna far conto sul proprio lavoro quotidiano.

Il mondo dell’arte versa infatti in una situazione drammatica per le conseguenze dell’epidemia di Covid-19. Ha qualche proposta su come aiutare la comunità che lavora nel campo dello spettacolo, per superare questo momento e ripartire?
Arte, cultura e spettacolo già versavano in condizioni precarie prima dell’emergenza Coronavirus. In questi settori l’Italia investe poco, soprattutto rispetto ad alcuni paesi europei come la Francia, che impiega circa il doppio delle risorse. Siamo incredibilmente ultimi, appena meglio solo della Grecia. Fa riflettere che proprio le culle delle culture greca e latina siano oggi i fanalini di coda. La musica è messa ancor peggio; complici le istituzioni il problema genera dalla scuola di base, dove viene insegnata poco e male. Non si fanno ascolti, le scuole non hanno materiale da cui attingere, il poco che si fa è lasciato all’iniziativa di qualche bravo insegnante. Per come la vedo io non avere mai ascoltato Palestrina o Vivaldi è come essersi persi i fondamenti della lingua italiana, della filosofia e della matematica, è come non sapere chi fossero Dante o Galileo. Non c’è da meravigliarsi se poi questo produca un pubblico poco avvezzo all’ascolto della musica che non sia solo commerciale. Riguardo a questo periodo in particolare, ci sono state molte sottoscrizioni a favore del nostro settore e spero che aiutino a focalizzare l’attenzione sul problema, che però era già endemico prima del Coronavirus.

Oltre che sul lato strettamente economico e lavorativo, la pandemia e il tetro clima che essa genera influisce in qualche modo anche sulla dimensione creativa?
Paradossalmente sono molto frequenti sviluppi artistici di rilievo dopo periodi di grande depressione. È un po’ nella natura umana dare il meglio di sé dopo aver vissuto il dramma, che sia una guerra o una pandemia. Noi italiani in questo siamo maestri, per una serie di ragioni storiche abbiamo sempre reagito al meglio delle nostre possibilità solo dopo essere stati portati al limite. Nel concetto romantico dell’artista la sofferenza ha un ruolo cruciale ed è un fenomeno che si osserva non solo nell’arte ma anche in altri ambiti, pensiamo per esempio agli anni seguiti alla Seconda guerra mondiale. In questo senso sono certo che questo periodo, così unico nella sua drammaticità, avrà influenza anche sull’arte e sulla creatività in generale.

Lei è apprezzato autore di colonne sonore per il cinema, per la televisione e per il teatro. Come ha cominciato questa attività?
Non provengo da una famiglia di musicisti. All’inizio, quando da bambino studiavo chitarra classica, i miei genitori erano felicissimi di questa scelta. Quando hanno cominciato a capire che della musica avrei voluto farne una professione le cose si sono un po’ complicate. Ho dovuto proseguire gli studi classici e l’Università parallelamente al Conservatorio, finendo entrambi tardi, anche perché ho cominciato a lavorare molto presto; a vent’anni insegnavo musica alle magistrali e la sera suonavo nei locali. Proprio questa frequentazione notturna mi diede modo di avvicinarmi al mondo delle produzioni cinematografiche e pian piano, dallo scrivere musica per documentari sono passato alle colonne sonore per il cinema, il teatro e la televisione. Ho avuto la fortuna di aver scelto questo lavoro quando in Italia si producevano anche 400 pellicole l’anno e per un periodo scrivevo anche più di dieci colonne sonore in una stagione. Così non si può dire per i ragazzi di oggi che vedono questa professione sempre più ridotta all’osso. Questo è stato il motivo principale per cui nel 2017 insieme ad un pool di compositori italiani abbiamo fondato l’ACMF, Associazione Compositori Musica per Film, che si occupa di rivalutare tutti gli aspetti artistici e non di questa categoria, che tanto ha dato alla storia dello spettacolo non solo Italiano.

Che ricordo conserva del poeta Giorgio Caproni, che è stato suo insegnante?
Un ricordo bellissimo. Oltre al poeta, noto a tutti, c’era l’uomo, il maestro, sempre pronto con i suoi sistemi poco convenzionali a prenderci per mano e ad insegnarci l’amore per la vita. Ho avuto l’enorme fortuna di averlo come insegnante elementare quasi per l’intero quinquennio. Il suo modo di insegnare era totalmente fuori dagli schemi, tanto da essere spesso richiamato all’ordine dal direttore. Per fare un esempio; mentre tutti avevano l’albero di Natale noi in classe avevamo un meraviglioso plastico di trenini elettrici, che poi rimaneva tutto l’anno in classe. Dovevamo portare dei pezzi per arricchire la collezione, ricordo ancora la diatriba tra locomotive Marklin e Rivarossi, Caproni era sostenitore dell’italianissima Rivarossi, era talmente appassionato che da piccolo avrebbe voluto fare il macchinista. Ad ognuno di noi veniva affidato un compito; al posto del capo classe c’erano il capo stazione o l’addetto alla polizia ferroviaria. Senza rendercene conto Caproni ci stava formando non solo come singoli ma anche come parte di un gruppo, di una comunità. Le sue interrogazioni erano più una richiesta d’aiuto, ci chiedeva per esempio: “Ragazzi questa mattina proprio non mi ricordo, aiutatemi per favore a ricordare chi era Napoleone” e noi, che gli eravamo molto affezionati, ci prodigavamo facendo ricerche per arrivare a dare la risposta. Pochi lo ricordano, aveva studiato composizione e violino e lo aveva fatto ad alti livelli. Fu proprio durante lo studio dei corali a quattro voci che Caproni cominciò a scrivere dei versi di suo pugno, sostituendoli a quelli dei classici che di solito si utilizzano per questa pratica compositiva. Questa sua passione per la musica tornava spessissimo nelle sue lezioni e sono sicuro che abbia influenzato molto le mie scelte artistiche.

L’attività di insegnamento in qualche modo influenza o stimola la sfera creativa?
Non saprei, per il momento mi concentro sui ragazzi e cerco di trasmettere loro soprattutto la passione per questo lavoro. Insegno Composizione per musica da film, cinema, teatro, tutta la musica legata alle immagini. Un aspetto interessante è che io imparo molto anche da loro; mi mettono in contatto con realtà produttive che non conoscevo e mi obbligano ad aggiornarmi su linguaggi che magari non avevo affrontato prima. In questo senso ne esco continuamente arricchito e non escludo che ciò possa influenzare positivamente anche il mio modo di scrivere.

Progetti futuri, per quando torneremo ad una vita normale?
Appena scattata l’emergenza sono state sospese le produzioni teatrali alle quali stavo lavorando. La categoria degli artisti è particolarmente esposta perché nella maggior parte dei casi la sua espressione prevede la presenza di pubblico in spazi limitati, questo è un problema enorme non solo nell’immediato ma anche per le nuove regole che probabilmente cambieranno la fruizione nelle sale da concerto, nei cinema e nei teatri. A questo va aggiunto che le compagnie di assicurazioni difficilmente assicureranno set e produzioni varie, dove l’inevitabile l’assembramento di artisti, pubblico e maestranze porterebbe ad un aumento del rischio di contagio troppo alto.
Nonostante questo, mi auguro che quanto prima si torni ad un rapporto diretto con il pubblico, a quel momento catartico in cui l’attore crea un personaggio e trasferisce le sue emozioni a chi gli sta davanti, a quel momento magico in cui l’orchestra incanta ed emoziona la platea in un insostituibile gesto di sinergia tra esseri umani. Ecco, vorrei tornare presto a tutto questo.