Addio a Lyle Mays, grande pianista e compositore

“Lyle è stato uno dei più grandi musicisti che abbia mai conosciuto” ha scritto Pat Metheny nel darne la triste notizia della scomparsa.

Lyle Mays

Lyle Mays

GdS 13 febbraio 2020Giornale dello Spettacolo

di Giuseppe Costigliola 

Si conoscono nel 1974. Lyle ha ventuno anni, Patrick Bruce, detto “Pat”, uno di meno. Tra i due scocca subito la scintilla, quella sintonia magica che unisce le anime e le sensibilità, senza bisogno di parole. A unirli, certo, c’è la passione totalizzante per la musica, che Lyle ha respirato sin da quand’era in fasce, nella fattoria nei pressi della cittadina di Wagner, nel Wisconsin settentrionale, grazie alla madre pianista e al padre chitarrista. Quel bimbo ha una grande talento, è evidente, e a sei anni i due lo sollevano su uno sgabello e lo piazzano davanti ad un pianoforte. Il piccolo Lyle brucia le tappe, acquisisce una solida preparazione classica, finché non arriva il momento di lasciare il nido. Poco più che ventenne si trasferisce a Denton, si iscrive alla University of North Texas e si getta a capofitto nello studio della composizione e dell’arrangiamento. A quel ragazzo introverso e sensibile, con i lineamenti dolci e morbidi come pan di zucchero, non basta suonare, e bene, il piano: il suo sogno è padroneggiare l’arte dei suoni.


Tra un concerto e l’altro, Myle conosce un chitarrista quasi coetaneo, uno che, come lui, ha tanti capelli quanto talento: Pat Metheny. Suonano insieme, e la stima, la simpatia reciproca e l’amicizia si approfondiscono. Ehi, perché non mettiamo su una band? si dicono, gli occhi luccicanti e il sorriso degli angeli. Ma non è ancora il momento: quell’idea rimane una promessa, quasi un patto di ferro.


Lyle suona con la North Texas Lab Band. Girano per festival, portano in giro il loro jazz-funk suonato da dio – del resto, sono tutti musicisti notevoli che si faranno un nome: al basso c’è Marc Johnson. Nel 1975 sfornano un album, “LAB’75”, che riceve una nomination ai Grammy Awards. Intanto Lyle si è fatto notare, e in estate si unisce alla band di Woody Herman. Ormai è pronto per il gran salto, e nel 1976 attraversa gli States e si trasferisce a New York.


Anche Pat si è fatto le ossa, dai tempi del liceo in cui aveva deposto il corno francese e imbracciato una chitarra: ancora ragazzo arriva all’Università di Miami, giovanissimo lo chiamano ad insegnare improvvisazione a Boston, al Berklee College of Music. Gary Burton lo vuole con lui, insieme incidono tre album, per la ECM di Manfred Eicher, l’etichetta che annovera tra le sue fila un pianista di straordinario talento, Keith Jarrett. È anche tempo di concepire e realizzare un proprio lavoro, e insieme al giovane leone del basso, Jaco Pastorious, Pat esordisce con un suo album Bright Size Life.


Ecco, il momento è arrivato, la promessa che due ragazzi poco più che ventenni si sono fatti s’avvera: è il 1977 quando Lyle e Pat fondano una propria jazz band, che segnerà un’epoca, il Pat Metheny Group. Esordiscono con un lavoro dal vivo, Live in Concert, che dà il via ad una cavalcata lunga quasi un trentennio, con una ventina di album, che spaziano dal jazz classico a quello pop, dalle sonorità rock a quelle country, dalla fusion a sprazzi di pura avanguardia, dal crossover jazz alla world music, dall’acustica all’elettronica.


Non è solo una questione di tecnica, di talento: la miscela esplosiva che i due amici combinano sa di profonda amicizia, persino d’amore. Pat è libero di scatenare la sua arte improvvisatoria, di pennellare melodie uniche grazie anche alla demiurgica arte combinatoria di Lyle, che ha un modo tutto suo di strutturare armonie e giocare con le sonorità. E Lyle, supportato dalla sapienza musicale di Pat, scioglie le briglie all’improvvisazione pura, in un complesso discorso interiore che parte lentamente, quasi esitando, tracciando una linea melodica dagli accenti lirici, per poi prendere l’abbrivio e come una valanga che monta potenza ed energia si lancia in febbrili variazioni del tema, caratterizzate da un crescendo dalle cadenze iterative, quasi ossessive, sino allo scioglimento finale che ha le valenze di un’agnizione: è un intreccio unico, un’impronta sonora riconoscibilissima, che riscuote consensi di pubblico e di critica.


Sono troppi per citarli tutti, i loro album, ma le tastiere di Lyle conquistano sempre maggior spazio nel gruppo, anche a livello compositivo, e nello splendido “As Falls Wichita, So Falls Wichita Falls” figura nei crediti come coautore dell’album-suite, che Kevin Reynolds utilizzò per la colonna sonora del suo cult movie “Fandango”.


Ormai i tempi sono maturi anche per un album solista: nel 1986 esce “Lyle Mays”, e Lyle comincia il tour promozionale del Lyle Mays Trio con il vecchio compagno Marc Johnson al basso e con Peter Erskine alla batteria.


I suoi album da solista, anche se non tutti memorabili, rendono chiaro quanto fosse importante il suo contributo al gruppo che ha reso celebre l’amico Pat, in termini di arrangiamenti e di sound. Contributo e dedizione. Perché se è vero che l’impegno nel gruppo gli ha fruttato numerosi riconoscimenti (dieci Grammy Awards – e ventitré nomination – diversi premi tra cui due Boston Music Awards come miglior tastierista), e altrettanto vero che gli ha sottratto tempo ed energie da dedicare alla composizione: solo quattro gli album da solista. All’ultimo, “Solo - Improvisations for Expanded Piano”, registrato nell’estate del 1998, Mays poté dedicarsi solo al termine di un tour durissimo con il Metheny Group durato un anno. Aveva composto solo un brano, e appena libero si chiuse in uno studio di registrazione di New York e buttò giù uno straordinario set di improvvisazioni.


È stato anche un produttore, Lyle, né si è risparmiato come sideman, in una lunga carriera che lo ha visto prestare le sue tastiere ad artisti quali Joni Mitchell, Rickie Lee Jones, Bobby McFerrin e numerosi altri, oltre, naturalmente, ad aver suonato con quasi tutti i mostri sacri del jazz della sua epoca.


Lyle Mays, insomma, è stato è stato un musicista nel senso pieno del termine, con una solida formazione classica e un approccio da compositore contemporaneo. Non a caso, indicava come suoi modelli Stravinsky, Ravel, Bartok e Berg, e nello stile pianistico aveva un nume tutelare, il grande Bill Evans, cui rese omaggio con la sua musica in più di un’occasione.


“Lyle è stato uno dei più grandi musicisti che abbia mai conosciuto” ha scritto Pat Metheny nel darne la triste notizia della scomparsa. “Per più di trent’anni, ogni momento che abbiamo condiviso nella musica è stato speciale. Dalle prime note che abbiamo suonato insieme, abbiamo avuto un legame molto forte. La sua grande intelligenza e le sue conoscenze musicali influenzavano il suo modo di essere. Mi mancherà con tutto il cuore”.


È arrivato ad appena 66 anni, Lyle. Potremo farlo rivivere con le tante incisioni che ci ha lasciato, e in tal modo vivrà sempre in noi. Io andrò a piangerlo con l’album con cui mi si rivelò, “San Lorenzo” (1978). Ascolterò la title track, brano d’apertura, e innalzerò a lui la mia preghiera di ringraziamento. E le mie lacrime si asciugheranno e si condenseranno in pura gioia alle note del piano di “Lone Jack”.