L'editore dell'Unità finanzia Berlusconi. E il Pd ancora una volta fa pippa

Massimo Pessina, scelto da Matteo Renzi per il rilancio del giornale, versa 10mila euro per la campagna del Cav. Storia di un giornale ammazzato e che non ha avuto neppure degna sepoltura

In morte di una grande testata

In morte di una grande testata

globalist 14 dicembre 2017

di Michele Ruju

Si chiama Massimo Pessina. Questa la sua biografia in breve, reperibile facilmente on line. "Presidente di Pessina Costruzioni, attiva nella realizzazione di abitazioni, ospedali, opere civili ed infrastrutturali in Italia, Tunisia, Congo, Arabia Saudita e Kazakistan. Nel 2012 diviene Presidente del Gruppo Acque Norda (Norda, Sangemini e Gaudianello). Nel 2015, insieme a Guido Stefanelli, diviene azionista di maggioranza del quotidiano l'Unità." Ora Massino Pessina, dopo aver chiuso una testata storica e messo in mezzo alla strada 40 lavoratori a giugno, va qualche giorno fa ad Arcore e con 10mila euro finanzia la campagna elettorale di Silvio Berlusconi. Tra cavalli su cui salire, ciucci e cavalieri, questa storia triste e così poco natalizia forse merita di essere raccontata per intero.  Ci proviamo. 
Nel 2015 grazie ai buoni auspici di Matteo Renzi, sponsorizzato dal tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, Pessina si prende l'Unità, il giornale che fu di Antonio Gramsci. Un'operazione bizzarra, va detto. Perché a Pessina e Stefanelli va il giornale cartaceo, al Pd il sito ex Unita.it, che nelle stanze del Nazareno si trasforma in Unita.tv. e vede alternarsi le firme di Rondolino (che tra l'altro scrive che non sarebbe male caricare gli insegnanti che manifestano in piazza), Mario Lavia, e Claudio Velardi, ovvero la destra del centrosinistra.


Gli smemorati del Nazareno. Il Pd di Renzi, che ricorda poco e male l'intera vicenda (si chiama negazione, ne ha già scritto Freud), sceglie per il giornale un direttore voluto dalle alte sfere del partito, anzi dallo stesso 'Matteo' e da 'Francesco'. Si chiama Erasmo D'Angelis, lavora alla Presidenza del Consiglio. Si dichiara alla stampa 'più renziano di Renzi'. E il giornale ne è la sua emanazione.
L'Unità aveva chiuso per la seconda volta nel 2014 con un venduto certificato di 16mila copie. La cura Renzi-Bonifazi-D'Angelis fa precipitare la testata dalle parti delle 8mila copie. L'Unità non viene prima distribuita in Sardegna (la Sardegna di Gramsci e Berlinguer), poi in Sicilia, poi perfino in Umbria. Rimarrano 8 regioni in cui trovare, per gli 'audaci', quello che era stato il giornale dei lavoratori. La redazione sciopera, contesta. Sono giornalisti, 25 per la precisione, riportati a lavorare con un contratto non firmato dalla Federazione Nazionale della Stampa, tanto è sotto ogni standard editoriale.
Quando siamo agli sgoccioli, D'Angelis lascia e ritorna a Palazzo Chigi, a dirigere la Struttura di missione sul dissesto idrogeologico, per cui guadagna - come scritto da Piero Sansonetti e confermato dai tabulati on line di Palazzo Chigi - circa 165mila euro lordi l'anno.


La parentesi Staino. E a quel punto che arriva Sergio Staino, è l'8 settembre del 2016. L'illustratore-vignettista verrà affiancato nella condirezione da Andrea Romano, deputato del Pd, vicinissimo a Matteo (sarebbe divertente raccontarne la biografia, ma non vogliamo tediare i lettori). Seguiranno giorni da lunghi coltelli, scazzi epocali tra Staino e Romano, stracci che volano, stipendi che non arrivano. E il giornale sempre più giù. L'11 gennaio 2017 alla vigilia dell'assemblea dei soci (poi rimandata) l'amministratore delegato (Guido Stefanelli) comunica ai giornalisti del quotidiano cartaceo l’Unità che bisogna “Procedere immediatamente con una riduzione del personale senza percorrere la strada degli ammortizzatori sociali" (licenziamenti). Nel comunicato si fa anche riferimento a un aumento di capitale oppure alla necessità di aprire le procedure per il fallimento. I costi della ricapitalizzazione dovrebbero avvicinarsi ai 5 milioni di euro (1 milione a spese del PD e 4 milioni a spese del gruppo Pessina).


La morte senza sepoltura. Il 3 giugno l'Unità muore e cessa le pubblicazioni a causa dei debiti accumulati con lo stampatore. A nulla valgono le manifestazioni dei lavoratori, gli appelli, gli scioperi durati un mese. L'Unità muore e non ha ha avuto ancora, almeno, una degna sepoltura. Matteo Renzi e il suo Pd hanno continuato a usare il logo delle Feste dell'Unità per farsi propaganda durante l'intera estate, mai una parola sul giornale e su chi ci lavorava. ('Non è un problema nostro, il giornale è stato venduto a un azionista privato', ebbe a dire a Repubblica il segretario del Pd che per inciso non ha mai concesso un'intervista alla povera Unità). Sparito all'improvviso dal web anche l'Archivio storico e fotografico, un patrimonio della memoria del Paese, oltre 90 anni di storia. Uno sfregio, l'ennesimo.


Il Pd ammazza l'Unità ma si rincuora con Democratica. E in concomitanza con la morte del suo giornale, il Partito Democratico che fa? Vara 'Democratica', Pdf scaricabile diretto da Andrea Romano, il deputato più presente in tv che in Aula.
L'ultima di questa storia così poco edificante, quale poteva essere? Il padrone delle ferriere che appoggia la controparte. Diecimila euro di Pessina per Berlusconi.
Così hanno ammazzato l'Unità.