Che brutta cosa il negazionismo. E chi si presta a veicolarlo. Era ributtante il negazionismo di chi negava o ridimensionava l’Olocausto nazista. Cambiano i tempi, ma il virus negazionista è ancora in circolazione. E come David Irving, il saggista negazionista britannico, supportava la sua ripugnante tesi con una pseudo scientificità storica, anche oggi i negazionisti di Gaza arrivano a utilizzare, a proprio uso consumo, rapporti di agenzie delle Nazioni Unite fino a ieri ritenute dai negazionisti alla stregua di propagandisti di Hamas.
Di questo filone fa parte Giulio Meotti, firma di punta su Israele de Il Foglio di Claudio Cerasa.
“La carestia di massa a Gaza era un grande racconto mediatico. L’analisi pubblicata da un team a guida Unicef riporta risultati in netta contraddizione con la terribile carestia descritta un anno fa dalle Nazioni Unite”. Questo è lo “strillo” del pezzo pubblicato da Il Foglio.
Si dà il caso che Globalist abbia riportato integralmente il rapporto Unicef, che rilanciamo di nuovo: “Una nuova indagine nutrizionale su base demografica condotta nelle aree accessibili della Striscia di Gaza mostra un quadro nutrizionale complesso: livelli relativamente bassi di malnutrizione acuta tra i bambini nella popolazione accessibile, tassi preoccupanti di malnutrizione cronica (arresto della crescita), malnutrizione materna, qualità dell’alimentazione molto scarsa, abitudini alimentari inadeguate per neonati e bambini piccoli e un notevole impatto delle malattie infantili.
La malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni è risultata bassa. La malnutrizione cronica, o ritardo della crescita – un indicatore di crescita lineare compromessa che riflette le condizioni nutrizionali e di salute accumulate nel tempo – ha colpito il 12,2% dei bambini sotto i cinque anni. Il sovrappeso interessava il 4,0%. La coesistenza di ritardo della crescita, deperimento e sovrappeso nella stessa popolazione indica una scarsa qualità della dieta piuttosto che una semplice questione di quantità di cibo: il 73,0% dei bambini di età compresa tra i 6 e i 23 mesi aveva consumato cibi non salutari il giorno precedente e solo il 22,4% aveva una dieta minima accettabile. Circa il 37,1% dei bambini di età inferiore ai cinque anni aveva sofferto di diarrea nelle due settimane precedenti l’indagine. È stata inoltre documentata la malnutrizione materna tra le ragazze e le donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni.
L’indagine è stata condotta tra il 31 maggio e il 15 giugno 2026, a seguito di un sostanziale potenziamento degli aiuti umanitari dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Nei mesi precedenti il cessate il fuoco, compreso agosto 2025, quando la Classificazione integrata delle fasi di sicurezza alimentare (IPC) ha confermato lo stato di carestia a Gaza, gravi limitazioni di accesso e interruzioni delle forniture hanno fatto sì che l’alimentazione supplementare generale – uno dei principali mezzi per prevenire la malnutrizione acuta – fosse stata in gran parte sospesa in tutta Gaza. Alcuni programmi volti a individuare e curare la malnutrizione hanno continuato a funzionare, ma le scorte e l’accesso necessari per impedire che i bambini diventassero malnutriti fin dall’inizio non li raggiungevano.
A seguito del cessate il fuoco, la ripresa degli aiuti e del traffico commerciale ha fatto sì che, mentre i ricoveri per il trattamento della malnutrizione acuta avevano raggiunto il picco di quasi 17.000 bambini nell’agosto 2025, a marzo 2026 erano scesi a meno di 3.000.
«La situazione nutrizionale dei bambini migliora quando gli aiuti e le forniture commerciali li raggiungono – e peggiora altrettanto rapidamente quando ciò non avviene. I miglioramenti a cui stiamo assistendo sono fragili e dipendono da un accesso umanitario sostenuto, da finanziamenti adeguati e da mercati commerciali funzionanti. Senza di essi, i progressi potrebbero essere vanificati nel giro di pochi mesi, e saranno ancora una volta i bambini a pagare il prezzo più alto», ha affermato Edouard Beigbeder, Direttore regionale dell’Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa.
Indicatori nutrizionali diversi colgono dimensioni diverse del benessere nutrizionale e riflettono le condizioni in periodi e archi temporali differenti. La malnutrizione acuta riflette lo stato nutrizionale più recente, mentre il ritardo nella crescita riflette le condizioni nutrizionali e sanitarie cumulative su un periodo più lungo. I risultati dell’indagine dovrebbero quindi essere considerati nel loro insieme, anziché utilizzare un singolo indicatore per caratterizzare la situazione nutrizionale complessiva.
«La malnutrizione acuta può migliorare nel giro di poche settimane. I danni più ampi, invece, no», ha affermato Beigbeder. «I bambini hanno bisogno di acqua potabile, assistenza sanitaria e cibo vario e nutriente, non solo di calorie sufficienti per sopravvivere».
L’indagine è rappresentativa delle aree accessibili. Circa il 17% della popolazione di Gaza, pari a circa 358.000 persone, è stato escluso dal campione prima della selezione dei cluster a causa di limitazioni legate all’accessibilità e alla sicurezza.
L’Unicef chiede un accesso umanitario costante e senza ostacoli, anche per il carburante; finanziamenti continui per i servizi di nutrizione, salute, acqua e servizi igienico-sanitari; e mercati commerciali aperti, per proteggere i bambini da un nuovo peggioramento della situazione”.
Così la nota dell’Unicef.
Ma i negazionisti non sentono ragioni.
All’attento Meotti sarà sfuggita la testimonianza di James Elder, Portavoce Unicef.
Gliene facciamo dono: “Da molti, molti mesi ormai, al mondo viene detto che a Gaza vige un cessate il fuoco. Eppure, per i bambini palestinesi, questo cosiddetto cessate il fuoco è diventato un’illusione crudele e mortale. Da quando è stato annunciato il cessate il fuoco nell’ottobre 2025, 265 bambini palestinesi sono stati uccisi in tutta Gaza.
Si tratta di una cifra assurda e devastante. Durante un periodo che avrebbe dovuto essere caratterizzato da moderazione e protezione, in media un bambino è stato ucciso ogni singolo giorno per più di otto mesi.
Cerchiamo di chiarire bene cosa questo significhi. Questi bambini non sono stati uccisi in una zona di guerra. Sono stati uccisi nelle loro case, nelle loro scuole, mentre giocavano a calcio, mentre pescavano. Sono stati colpiti da proiettili, bombe e droni.”
Mentre il mondo continua a parlare di cessate il fuoco, le famiglie di Gaza continuano a seppellire i propri figli e le proprie figlie. Tuttavia, se ogni giorno viene ucciso un bambino, il dibattito non verte più sulla qualità del cessate il fuoco, ma sulla credibilità stessa di definirlo tale.
Questa settimana: un bambino di due anni è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane; un ragazzo di 13 anni è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco all’interno della sua tenda; un bambino di 5 anni e suo padre sono stati uccisi da un attacco israeliano, e la lista potrebbe continuare all’infinito.
La sofferenza non si limita al coloro che sono morti. Più di 400 bambini sono rimasti feriti, molti dei quali con ferite gravi. Sempre questa settimana: una ragazzina di 12 anni – mentre si trovava nella sua tenda – è stata colpita al petto con munizioni da un’arma montata su una gru; una bambina di tre anni è stata colpita al volto da un proiettile sparato da un drone quadricottero mentre si trovava all’interno della sua casa. I medici stanno curando emorragie cerebrali, lesioni devastanti alla testa, al torace e all’addome, e traumi che cambiano la vita.
Vorrei soffermarmi un attimo sul trauma: per i bambini di Gaza, la paura, la perdita e la violenza sono diventate così costanti che il trauma non è più un episodio isolato nelle loro vite, è diventato parte integrante della loro infanzia, è, letteralmente, impresso nei loro corpi. Il trauma è così profondo da compromettere la capacità dei bambini di mangiare, dormire e, ovviamente, di svilupparsi normalmente. Molti bambini vivono in uno stato di paura e angoscia così intenso da avere difficoltà a nutrirsi adeguatamente, aggravando ulteriormente la malnutrizione e lasciando i bambini fisicamente più deboli oltre che emotivamente segnati.
Centinaia di bambini hanno urgente bisogno di essere evacuati per motivi medici. Allo stesso tempo, le restrizioni sui farmaci essenziali fanno sì che i bambini feriti soffrano di dolori più intensi e corrano un rischio maggiore di infezioni, complicazioni e ulteriori amputazioni.
Dobbiamo smettere di accettare livelli di mortalità infantile che in qualsiasi altra parte del mondo provocherebbero l’indignazione internazionale. Dobbiamo smettere di normalizzare ciò che è anormale. Il fatto che i bambini possano continuare a essere uccisi su questa scala durante un cessate il fuoco dovrebbe allarmare ogni governo e ogni istituzione che affermi di difendere il diritto internazionale.
Il continuo uccidere bambini non è la conseguenza di una mancanza di alternative. È la conseguenza di una mancanza di volontà politica. Ogni giorno che passa senza che venga assunta alcuna responsabilità trasmette lo stesso messaggio: le vite dei bambini palestinesi possono essere tolte senza che nessuno ne risponda. Questo non è più un fallimento del sistema: è diventato il sistema stesso”.
Gaza, così muore l’infanzia. Meotti non sarà di questo avviso.
A contendere a Il Foglio la leadership dell’informazione (sigh) pro-Israele, o per meglio dire dell’Israele di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e i loro accoliti ultranazionalisti e messianici – l’altra Israele, quella di giornali dalla schiena dritta come Haaretz manco viene calcolata, c’è Il Riformista di Claudio Velardi, dove dà la linea l’esperta di Medio Oriente eletta “Consulente per la lotta contro l’antisemitismo” del governo Netanyahu-Ben Gvir, Fiamma Nirenstein, della quale riporto una recente analisi, pubblicata , appunto, su Il Riformista del 13 maggio 2026:
Ma quali coloni? “Scrive Nirenstein: “E’ arrivato il momento di smettere di usare questo termine, è diventato un insulto a delle persone che abitano in un’area che non può essere definita colonia: non sono mai entrati con le armi, non hanno mai sfruttato manodopera locale. Era in gran parte deserto: di certo non è stato colonizzato, ma è stato abitato per una parte soltanto con l’intento di farlo fiorire. La Giudea e la Samària erano occupate dalla Giordania e non sono mai state palestinesi.(:::). La decisione di insediarsi in questo territorio fu senz’altro elemento di discussione, ma non fu mai illegale; si stabilì con due risoluzioni dell’ONU che l’assetto definitivo della Giudea e della Samària andava decisa con un accordo tra le parti. Ma non ci fu proprio nessuna caratteristica di colonizzazione. La presenza in quelle aree è una presenza ancestrale. Gli ebrei sono sempre stati lì da tremila anni: se si gira con la Bibbia in mano se ne ritrova la mappa precisa”(…) “Nel 2024 ci sono stati in Giudea e Samaria 6.228 attentati terroristici. 3.436 nel 2023. Nell’area C c’è un gruppo palestinese (la Fossa dei Leoni) che ha già compiuto molti attentati. (…)«Parlano i numeri. Nel 2025 sono stati sventati in quelle zone mille attentati. Questo è stato fatto con operazioni militari che probabilmente hanno salvato Israele da un nuovo 7 ottobre.”
Dei crimini quotidiani dei coloni contro la popolazione civile palestinese della Cisgiordania non c’è traccia. Di più. Non c’è traccia della Cisgiordania, che esiste come Giudea e Samaria, e come tale appartenente a Eretz Israel. La cosa che sostiene Ben-Gvir e gli altri ministri-coloni del governo guidato dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu.
Sì, davvero una brutta cosa il negazionismo. Anche quando è con la Stella di David.
