Pronto il requiem per Metro: l'editore lo cede a una srl con un socio e senza dipendenti

In questi anni l'editore ha spesso usato l'arma della vendita per chiedere sacrifici sempre più stringenti alla redazione. Aperta la pagina Facebook: #Metronondevemorire

Il free press Metro

Il free press Metro

globalist 15 maggio 2020

Lunedì il quotidiano gratuito Metro potrebbe passare di mano, ceduto dall’editore-stampatore Mario Farina ad una srl di cui allo stato non è dato sapere nulla se non che ha un unico socio che non si è mai occupato di editoria, ma di immobiliare, non ha dipendenti e nel 2018 certificava un bilancio attorno ai 16mila euro. Un destino che non può non gettare ombre sul futuro di uno dei giornali ancora oggi più diffusi del Paese: nonostante pesanti tagli nella distribuzione nell’ultimo anno, a febbraio era distribuito in 100mila copie, come certificato da Ads. A marzo è uscito solo la prima settimana, perché quando è iniziato il lockdown per la pandemia del Covid19, in controtendenza con quello che tutto il mondo dell’informazione ha cercato di fare, pur tra mille difficoltà, sollecitato anche dalle indicazioni date dal Governo all’editoria nei numerosi dpcm, cioè moltiplicare le notizie da offrire ai cittadini nel mezzo della crisi, e come ha fatto anche il competitor Leggo, l’editore Farina ha sospeso le pubblicazioni e interrotto l’attività sul sito perché “non remunerativa”. Uno schiaffo ai redattori, ai lettori e a tutta la storia di Metro che forse vale la pena ricordare.

Quando Metro è arrivato in Italia, esattamente 20 anni fa, è stata una rivoluzione: il primo quotidiano gratuito globale, nato in Svezia e diffuso in tutto il mondo arrivava nelle metropolitane di Milano e Roma. Una scommessa, quella di vivere solo con la pubblicità, senza aiuti e sovvenzioni puntando sui lettori che frequentavano i mezzi pubblici, con un modello di giornalismo basato sulla chiarezza e sulla qualità che ha dato molto fastidio ai quotidiani tradizionali. Che infatti all’inizio gli hanno fatto la guerra, salvo poi copiarlo, tanto che quasi tutti i grandi gruppi editoriali hanno avuto per un certo periodo il loro gratuito. Dopo 20 anni Metro è sopravvissuto alla tempesta perfetta della crisi del 2008 che ha tagliato gli introiti pubblicitari e ha continuato a portare avanti il suo modello di giornale glocal, centrato sulle notizie locali e insieme su una vasta rete di notizie originali provenienti dal network internazionale di Metro, un giornale letto più dalle donne che dagli uomini, più dai giovani che dagli anziani, un’immagine capovolta del lettorato dei quotidiani tradizionali.


Poi nel 2009 è arrivato un nuovo editore, Mario Farina, ed è iniziato il ricorso sistematico e massiccio agli ammortizzatori sociali, l’esternalizzazione di asset importanti del giornale, ceduti ad altre società del gruppo di famiglia impoverendo la società madre, Nme. Mentre la pubblicità sul quotidiano si riduceva sempre di più, si è assistito al proliferare di magazine speciali ricchi di pubblicità sotto la testata Metro ma editi da un altro pezzo del gruppo.
Negli ultimi tempi, avvicinandosi la fine degli ammortizzatori sociali, solidarietà al 50% su un organico di 15 redattori, unica benzina nel modello di business del gruppo, l’editore ha spesso annunciato la cessione del giornale, alternata alla richiesta di tagliare gli stipendi al di fuori dei parametri contrattuali, il tutto senza mai accennare ad un minimo piano di rilancio del quotidiano, ancora con un fortissima capacità attrattiva del marchio. Assente anche qualunque pianificazione nell’attività del sito del giornale, lasciato vivacchiare senza nessuna visione di come si debba muovere un prodotto di informazione di questi tempi. Del resto a Farina piace la carta, il suo core business è la Litosud ed è uno dei principali stampatori italiani, insieme al fratello Vittorio, finito nei guai giudiziari (bancarotta fraudolenta e truffa) per il fallimento della Ilte, un grande stabilimento tipografico piemontese.


Ora il futuro di Metro è quanto mai incerto. Tanto più che lo schema sembra essere molto simile a quello che ha segnato la fine di un altro gratuito dell’editore Farina, Dnews, prima spolpato e poi venduto ad un gruppo che lo portò a fine corsa in breve tempo.
Intanto i giornalisti di Metro hanno aperto una pagina Facebook #Metronondevemorire per ospitare appelli di testimonial e personaggi dello spettacolo a favore del giornale.


 


Il comunicato sindacale