Repubblica e tutta la stampa libera odiata dal nuovo potere

I nostri giovani migliori, che sono consapevoli di essere cittadini del mondo, non leggono più i giornali e se ne vanno. Gli approfondimenti sono sempre meno letti mentre i congiuntivi sbagliati raccolgono tripudi

Macchina da scrivere

Macchina da scrivere

David Grieco 24 novembre 2018

Domattina a Roma, al Teatro Brancaccio, la Repubblica ha indetto un importante convegno intitolato "Liberateci dalla stampa: la tentazione del nuovo potere globale". Saranno presenti grandi firme come Mario Calabresi, Ezio Mauro, Lucia Annunziata, Massimo Giannini, Marco Damilano, Vittorio Zucconi, Roberto Saviano, tutti nomi che gravitano nella galassia di Repubblica.
Andrò senza indugio al Brancaccio. Non vedo l'ora di incontrare e riabbracciare tanti amici e colleghi con cui sono cresciuto, ho imparato il mestiere, ho vissuto grandi vittorie e grandi sconfitte. Grazie a loro, mi sono sentito sempre vicino a Repubblica e ho anche collaborato a volte, sempre gratis e spesso nascosto dietro uno pseudonimo, ma quando Repubblica nel 1975 mi convocò per assumermi ancor prima di uscire in edicola, ringraziai di cuore ma declinai l'invito.
Era appena stato assassinato Pier Paolo Pasolini, che negli ultimi anni è stato il mio maestro anche di giornalismo. Io volevo continuare a "pensare con la mia testa" come lui mi aveva insegnato. E continuare a poterlo fare in un giornale solo apparentemente più rigido di tutti, l'Unita', senza mai subire un atto censorio, rappresentava per me un bene inestimabile e irrinunciabile.
Non sono ancora vecchissimo, eppure ho cominciato a fare il giornalista 50 anni fa e come tanti colleghi di Repubblica che provengono anch'essi dall'Unità ho avuto il privilegio di incontrare grandi maestri che non ti lasciavano pensare, nemmeno per un attimo, che stavi lavorando veramente troppo e stavi guadagnando veramente troppo poco. Non provo nessun rimpianto per questo e mai lo proverò. Lo considero un privilegio, e considero un privilegio anche lavorare gratis per Globalist da più di due anni a questa parte. Ma questo non mi impedisce di sentirmi anche un parente stretto di Repubblica.
Leggendo i livorosi commenti dei lettori sotto l'articolo di Repubblica dove si annuncia l'evento del Brancaccio, trovo il solito tsunami di insulti e anatemi che puntano il dito sull'autoreferenzialità di Repubblica.
Forse sarebbe bene che i giornali, tutti i giornali, chiudessero i commenti. Sono quasi sempre commenti rozzi, di parte, di una violenza, di una ignoranza e di una volgarità sfacciate, e restituiscono un'immagine del paese troppo falsata, troppo orrenda per essere vera. Però spesso, anche involontariamente, questi osceni commenti tirano in ballo in modo perverso problemi effettivamente esistenti.
Guardo il programma di questa iniziativa di Repubblica al Teatro Brancaccio e non posso non notare che si tratta di uno spettacolo in piena regola, con la sua brava scaletta e i suoi momenti clou. Ci mancano solo l'orchestra di Gorni Kramer e le coreografie di Don Lurio. Mi viene da pensare che, in effetti, le manifestazioni per difendere la libertà di stampa in passato erano molto diverse. Magari erano troppo confuse e chiassose, probabilmente si parlava un po' troppo a ruota libera, ma erano forse più democratiche e più genuine.
Nel bene e nel male, Repubblica rappresenta, specie da quando è morta l'Unità, il giornale faro della sinistra in Italia. Ed è indubbio che questa rappresentazione sta ora attraversando una crisi epocale.
Repubblica viene vissuta ormai come una lobby, la lobby dei borghesi fintamente rivoluzionari, dei radical chic o Gauche Caviar come li chiamano i francesi. Vale a dire il simbolo di tutti i mali del mondo in questo mondo alla deriva che sembra ansioso di tornare al Medioevo, al caos, al razzismo, a forme di prevaricazione bestiali che paiono improvvisamente lecite.
Come è potuto accadere tutto questo? Secondo me, se vogliamo veramente capire cosa è accaduto non possiamo esimerci dal guardarci allo specchio.
Negli ultimi trent'anni, la stampa italiana e quella di sinistra in particolare ha commesso secondo me un grave errore. Abbiamo seguito troppo da vicino fatti e misfatti della politica italiana, non abbiamo saputo camminare un passo avanti alla realtà come abbiamo il dovere di fare, siamo sprofondati in un provincialismo aberrante (per molti anni, l'unico paese straniero che seguivamo quotidianamente passo passo era la Padania...) e ci siamo fatti condizionare da Silvio Berlusconi senza mai contrastarlo in maniera efficace. Tanto è vero che oggi, in questa Italia disastrata, tutti gli esponenti politici su piazza sono tutti figli di Berlusconi venuti più o meno male.
È anche vero che noi italiani siamo un popolo solo per modo di dire. Siamo tutti diversi e non abbiamo mai veramente legato, non siamo mai riusciti a pensare il nostro paese come una nazione, non abbiamo mai ben capito quali sono i nostri doveri e neppure quali sono i nostri diritti.
Ma questa non può essere una giustificazione. Avremmo dovuto lavorare in senso opposto, ma non l'abbiamo mai fatto. E perché non lo abbiamo mai fatto? Perché la carriera giornalistica confina in modo troppo pericoloso con la carriera politica. Se diventi un giornalista importante, lo step successivo sembra essere la politica. In tanti, non dico tutti, ci siamo visti offrire candidature al Parlamento. Ma quanti di noi hanno approfittato di questa occasione dimostrandosi all'altezza del nuovo compito? Pochi, pochissimi. Per restare in tempi recenti, a me viene in mente soltanto Gentiloni. Ma di esempi contrari me ne vengono in mente parecchi.
Il difetto più grave del giornalismo italiano a mio avviso è quello di voler sempre esercitare la professione di "King Maker".
I grandi giornalisti italiani hanno avuto spesso questo difetto. E se penso a Repubblica, non penso alla lobby del suo editore, De Benedetti. La parola lobby io la associo piuttosto al suo fondatore, giornalista valoroso e prestigioso forse quant'altri mai, un maestro per tutti noi, ma anche un uomo che ha sempre ceduto alla tentazione di esercitare il suo potere su altri uomini da accompagnare al potere. Eugenio Scalfari fa questo da anni, e sbaglia a farlo. Ma continuerà a farlo, perché a una certa età non si può cambiare e nel mio piccolo me ne sto accorgendo pure io.
Questo difetto ci ha impedito di far capire agli italiani, per fare un esempio, che da quasi vent'anni non sono più cittadini italiani bensì cittadini europei.
Questo difetto ci ha impedito di raccontare e di spiegare che le emergenze del nostro paese non si chiamano Salvini o Di Maio. I problemi urgenti da affrontare si chiamano inquinamento, dissesto idrogeologico, crisi epocale del mondo del lavoro, infrastrutture inesistenti o fatiscenti, migrazione disorganizzata o biecamente sfruttata, gap tecnologico abissale con gli altri paesi europei.
Di questo dovremmo aver parlato in questi anni, di questo dovremmo parlare con maniacale insistenza in questi giorni. Lo facciamo? Sì, lo facciamo. Proprio ieri, Repubblica conteneva due articoli molto interessanti, uno sull'emergenza climatica e un altro sulla sfida del 5G che incombe, con gli americani e i cinesi in piena guerra informatica, sfida da cui dipendono, molto più che da Salvini o Di Maio, le sorti della democrazia nel mondo.
Questi articoli chi li legge? Pochi lettori, quasi nessuno. E anche su Facebook, strumento perverso che è un veleno del giornalismo perché è un ricettacolo di fake news, pochissimi like. Un congiuntivo sbagliato di Di Maio viene letto e condiviso molto, ma molto di più. E a me viene da piangere.
Mi viene da piangere soprattutto perché i nostri giovani migliori, che sono consapevoli di essere cittadini del mondo, non leggono più i giornali, si rendono conto che in Italia senza raccomandazione non puoi fare nemmeno lo spazzino e scelgono sempre più spesso di andarsene da un paese ridotto in questo modo.
Mi viene da piangere pensando a che razza di giornali faremo quando in Italia ci saranno rimasti solo italiani senza arte né parte.