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Il controllo della Rai: nuovi volti, antichi conflitti d'interesse

L' elezione di Barachini, giornalista Mediaset e fedelissimo di Berlusconi, alla presidenza della Commissione Vigilanza, non è di buon auspicio. Il governo del 'cambiamento' nel solco dei precedenti

Viale Mazzini, la sede della Rai a Roma
Viale Mazzini, la sede della Rai a Roma

Giuseppe Costigliola

19 Luglio 2018 - 14.19


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Da tempo sono iniziate le grandi manovre delle formazioni politiche per mettere le mani sulla tv di stato, ed abbiamo cominciato a vederne i primi esiti. Ieri sono stati eletti il Presidente della Commissione di Vigilanza sulla Rai, il giornalista Alberto Barachini, senatore di Forza Italia, e quattro componenti del Consiglio di amministrazione: Beatrice Coletti (proposta dal M5S e appoggiata anche dalla Lega) e Rita Borioni (eletta da Pd, Fi e Fdi) espressi dal Senato; Igor De Biasio (indicato dalla Lega) e Giampaolo Rossi (scelto da Fdi), espressi dalla Camera. A giorni sono poi attesi i nomi di altri tre componenti del Cda (due indicati dal Governo e uno dai dipendenti Rai), e dei manager che occuperanno i massimi vertici: Direttore generale e Presidente. Il mese venturo, o al massimo a settembre, saranno poi nominati i direttori di testata e dei vari palinsesti. Come sempre in questi casi, stiamo assistendo all’assalto all’arma bianca di questa o quella forza politica alla fortezza Rai, agli scontri senza esclusione di colpi per piazzare al suo interno i propri fedelissimi esecutori di ordini. 

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D’altra parte, è risaputo che per il controllo dell’informazione la politica ingaggia la battaglia più dura: controllare l’informazione è un esercizio di potere. Ciò vale naturalmente per i sistemi oligarchici, e nondimeno per le forme democratiche parlamentari. Per queste ultime, il grado di controllo sull’informazione è anzi un probante indicatore della salute democratica di un consesso civile: in buona sostanza, del grado di libertà concessa ai propri cittadini. 

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Quanto a tradizione democratica dell’informazione, storicamente questo Paese non si è mai distinto – anzi. Nell’Italia liberale post-unitaria la stampa, cioè la forma all’epoca principe di informazione, era quasi esclusivamente in mano a determinati gruppi di potere, che in un tipico gioco sinergico supportavano le forze politiche dominanti. Sul ventennio fascista non c’è bisogno di spendere parole, se non ricordare che in quel periodo nacquero e si affermarono due nuove forme di informazione, la radio ed il cinema. Il regime ne intuì immediatamente l’enorme potenziale, e con un accorto uso di programmi radiofonici e cinegiornali se ne servì per indottrinare e aggreggiare il popolo. 

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La vera battaglia democratica per una stampa e un’informazione libera si cominciò a combatterla dopo l’affermazione della Repubblica. Con la Resistenza e la guerra di liberazione in tutta la penisola s’erano accesi focolai di stampa libera, ma la longa manus degli americani e l’indirizzo politico che prese la nuova Repubblica s’affrettarono a spegnerli. Dal secondo dopoguerra il monopolio dell’informazione si polarizzò su due fronti opposti: quello democristiano e quello comunista. Nel 1954 vide la luce un altro formidabile attore: la televisione. Facendo tesoro delle esperienze maturate nei Paesi dove era già sorta, il regime democristiano s’affrettò a blindarla, e tutta l’informazione che da essa passava venne politicamente orientata. Negli anni Sessanta irruppe sulla scena un nuovo soggetto politico e culturale: i giovani. Con il Sessantotto divamparono fermenti libertari che ponevano tra le priorità di una nuova cultura una stampa alternativa e libera. Su quell’onda, e con l’ausilio delle nuove tecnologie, gli anni Settanta videro la proliferazione delle cosiddette radio e tv libere, dove si potevano esprimere liberamente riflessioni, critiche, dare spazio alla creatività. Soprattutto, in area extraparlamentare si affermò una tecnica mediatica molto proficua, la controinformazione: giornali, fogli ciclostilati, volumi, instant book: un’intera generazione si mise al lavoro per contestare e smascherare le cosiddette “verità di stato”.

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Intanto, con la creazione di due nuovi canali, la tv di stato era stata lottizzata: il primo canale ai democristiani, il secondo ai socialisti, il terzo ai comunisti. Negli interstizi tra le reti, grazie anche a personaggi e giornalisti di notevole spessore, filtravano spazi libertari, ma di fondo l’informazione rimaneva rigidamente controllata. Negli anni Ottanta si assistette all’invasione socialista, che di fatto monopolizzò i primi due canali. La situazione rimase più o meno stabile sino a metà degli anni Novanta, quando la fine della Prima repubblica e la comparsa di un nuovo soggetto nel panorama politico stravolsero completamente gli equilibri. Con l’affermazione di Berlusconi e del berlusconismo le pur rare vestigia di libera informazione scomparvero del tutto. L’uomo di Arcore attuò una forma di autoritarismo che aveva come cardine il controllo dell’informazione. Ne concentrò nelle proprie mani una mostruosa quota (televisioni, quotidiani, riviste, case editrici) e occupò “militarmente” la Rai. Si assistette allora al cosiddetto “editto bulgaro” e alla sistematica epurazione di giornalisti e soggetti invisi al nuovo Ras e al sistema di potere che lo sosteneva. Potere poi dimostratosi politicamente trasversale, che ha subito appoggiato l’allora emergente Renzi, il quale, come primo atto politico, pensò bene di colonizzare sistematicamente la tv di stato e di farsi promotore di una perniciosa riforma che ha spostato dal Parlamento al Governo il potere di controllo e di nomine dei vertici, le decisioni sulle regole di bilancio, dell’azienda di Viale Mazzini. 

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E adesso cosa ci attende? L’interminabile corte di giornalisti leccapiedi renziani, mista ai peones di antica fede berlusconiana, di manager bovini esecutori di ordini, sarà sostituita dalla nuova corte di leccapiedi salviniani e pentastellati? Il tanto sbandierato “cambiamento” nel governo di questo Paese è atteso alla prova dei fatti, e sulla Rai si gioca un’ampia fetta di credibilità. A dire il vero, l’elezione di Alberto Barachini, giornalista Mediaset e senatore forzista fedelissimo di Berlusconi, tanto da averne curato la campagna elettorale, non è di buon auspicio: nuovi volti, antichi conflitti d’interessi. E per i componenti eletti nel Cda si sono seguite le consuete logiche spartitorie: un consigliere a testa a M5S, Lega, Fdi e Pd.

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In realtà, l’unico modo per rivoluzionare in senso democratico le modalità dell’informazione dell’ente televisivo di stato è quello di creare una governance indipendente e libera da condizionamenti, composta da personaggi di rilievo intellettuale, competenti, puliti, con reali poteri di intervento, per quanto legati ad una verifica parlamentare. Così si istituirebbe   un nuovo corso, con un’informazione concretamente libera, pluralistica, etica. Secondo voi finirà così? 

 

 

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