“Cose da non chiedere” alle persone su sedia a ruote. Che invece hanno risposto

Lo speciale su Real Time domenica 21, in occasione della Giornata mondiale della diversità culturale. Le domande che nessuno osa fare a persone con disabilità, rom, obesi, immigrati, persone di bassa statura

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15 Maggio 2017 - 18.29


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Fare domande non è mai un reato. Alcune, però, possono essere molto fastidiose e così, semplicemente, per rispetto o per pudore, si evita di farle. “Cose da non chiedere”, insomma, ma che ha invece scelto di chiedere l’omonima trasmissione, che andrà in onda domenica 21 alle 21.10 su Real Time, in occasione della Giornata mondiale della diversità culturale. Otto sono le “categorie” chiamate a rispondere a quelle domande, indiscrete e a volte irriverenti, che tanti vorrebbero ma non osano fare: persone di bassa statura, obesi, immigrati dall’Africa, transgender, persone sulla sedia a rotelle, persone con la sindrome di Down, musulmani, rom. L’idea del format arriva da lontano, dall’Australia addirittura, dove si chiama “ABC You can’t ask that”: e in Italia è prodotto da Toro Media per Discovery Italia.

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La trasmissione è stata costruita sulla base delle domande anonime inviate dai telespettatori: domande che non hanno il coraggio di rivolgere a quelle persone considerate “diverse”. E sopo proprio queste ultime a soddisfare finalmente, davanti alla telecamera, le loro curiosità. On-line è già possibile vedere un’anteprima delle domande e delle riposte di persone in sedia rotelle, nani e islamici, in attesa che venga trasmessa, domenica sera, la versione integrale.

Volto e speaker dello speciale è Giacomo Mazzariol (autore del blog Generazione Z su Repubblica.it e del libro “Mio fratello rincorre i dinosauri”), che racconta le paradossali esperienze vissute con suo fratello, quando i pregiudizi e la discrinazione assumono spetto le sembianze della sollecitudine e dello zelo: “Mi fanno passare davanti in coda al supermercato solo perché Gio non parla perfettamente, ha gli occhi da cinese o sta parlando con un dinosauro di plastica. Poi ovviamente chiedono a me quanti anni ha. ‘Signora cara, è davanti a te, chiedilo a lui quanti anni ha, può parlare, sa rispondere, è vivo’. Odio il pietismo – continua Mazzariol – è irrispettoso, è denigrante, è ipocrita. Il buon Salinger, che di ipocriti se ne intendeva, diceva che la gente non si accorge mai di nulla. Non ci accorgiamo che abbiamo davanti persone che hanno nomi, cognomi e con cui si può parlare della Juve, del sesso o dei Red Hot Chili Peppers. Se continuiamo a farci assorbire dalla categoria che rappresentano, finiremo per creare dislivelli più insormontabili, un’isola del traffico senza la rampa di accesso. Da quando sono piccolo mi scontro con i pregiudizi delle persone – conclude – L’unico modo per conoscere le persone oggetto di stereotipi è fargli delle domande”. Qui il senso e lo scopo della trasmissione e, in particolare, delle domande poste a chi ha una disabilità.

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Le domande a chi è in sedia a ruote. In cinque minuti di domande e risposte, sei persone in carrozzina soddisfano le curiosità di tanto: Chiara, Carlo, Maximiliano, Pietro, Silvia, Marco. “La tua sedia a rotelle la odi o la ami?” è la prima domanda. Diverse le risposte: c’è chi la ama “assolutamente”, chi “a volte la ama, a volte la odia”, chi semplicemente “ci convive”, chi addirittura è diventato un collezionista compulsivo di scooter per disabili, perché noi non usiamo le gambe e tutto quello che ci fa correre ci fa impazzire”. Differenti anche le risposte alla domanda “Ti dà fastidio quando si chinano per parlarti?”. Marco non ha dubbi: “assolutamente sì”, mentre Pietro lo accetta: “io lassù non ci posso arrivare, quindi si devono abbassare loro”. Non ne è infastidita neanche Chiara”. Maximiliano argomenta: “Se si chinano su di me non mi dà fastidio, se mi accarezzano la testa mi dà fastidio, oppure le pacche sulle spalle”. E su questo c’è unanimità: l’eccesso di zelo è segno di “stereotipo”. C’è poi una domanda difficile, che fa prendere tempo a tutti, prima di formulare la risposta: “Cosa invidi a chi può camminare?” E le risposte sono diverse: “Una bella collezione di scarpe bianche, ne ho comprate tante quando non avevo ancora i piedi troppo rattrappiti. Orano n posso più”. Andrea invece non invidia assolutamente niente”, mentre Maximiliano invidia “tutto”. Non c’è spazio, però, per l’autocommiserazione, qui vince l’ironia, la capacità di non prednersi troppo sul serio e di guardare avanti, letteralmente, come suggerisce Chiara sul finale: “vorrei aver fatto n sacco di cose che non ho fatto in questa vita. Le farò nella prossima”. (cl)

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