Paradossi: la pubblicità di Tim e Save the Children sui siti dell'Isis

Il marketing selvaggio su internet non si ferma neppure di fronte allo Stato Islamico: ecco perché

Un sito dell'Isis con le pubblicità

Un sito dell'Isis con le pubblicità

globalist 4 ottobre 2016

Soprattutto nell'era di internet (ma non solo per internet) l'informazione per tirare avanti ha bisogno della pubblicità.

Le vacche grasse sono finite da tempo, decine di testate hanno chiuso, molti giornalisti si sono trovati a spasso, finanziamenti pubblici (in passato generosi e purtroppo anche preda di profittatori e falsi editori) non ci sono e sempre meno sono le persone disposte a pagare per essere informate, come ben sanno gli edicolanti.
Non resta che la pubblicità. Che è largamente diminuita e che costringe molte testate a tirare la cinghia.
Nel frattempo, però, sul web impazza la diffusione selvaggia delle impression (un tanto al chilo) che non segue precisi criteri editoriali o di posizionamento di un determinato marchio in una determinata categoria di lettori. Questi sono i buoni propositi e sono le (vuote) teorie.
Ma nella pratica la pubblicità va dappertutto, senza troppi controlli, grazie a sistemi "all'ingrosso".
Accade così - paradosso dei paradossi - che qualcuno guadagna con la pubblicità anche sui siti dello Stato Islamico.
Non è uno scherzo, purtroppo.
Il settore intelligence di Globalist, che è specializzato nei temi del terrorismo, monitora da circa due anni i siti jihadisti, in particolare quelli dello Stato Islamico. I motivi sono ovvi.
Lo Stato Islamico, come è altrettanto ovvio che sia, non ha i suoi server o un sistema proprietario, ma si appoggia a piattaforme "free" che sono a loto volta letteralmene "infestate" dalla pubblicità selvaggia che viene messa in automatico da "grossisti" dell'advertising, indipendentamente dai contenuti.
Si arriva così al paradosso (come si vede in questo screen shot) che in uno dei principali siti dell'Isis compaia (per chi lo vede dall'Italia) la pubblicità della Tim e di Genertel. Ossia che in questo perverso sistema c'è perfino chi fa guadagni sulla propaganda del Califfato.
Va detto che Tim e Genertel - in quanto tali - nulla c'entrano. E anche che le pubblicità ruotano. Un po' tutti i grandi brand della telefonia, delle auto, delle assicurazioni appaiono a seconda del momento in cui si apre il sito.
Come si vede nel secondo screen shot messo in basso si arriva all'assurdo della pubblicità di Save the Children sul portale di una organizzazione che è responsabile di migliaia di morti, bambini compresi.

Banner (o impressions) generati un po' da tutti: Google, Radiun One e altre aziende alle quali i gestori delle grandi piattaforme "free" si iscrivono.
Evidentemente quello che emerge è un paradosso: i siti dell'Isis sono poco più che clandestini, aprono e chiudono, si spostano. Non hanno un indirizzo fisso raggiungibile attraverso i motori di ricerca. Le persone che riescono a consultarli sono pochissime, per lo più studiosi.
Ma è il sistema selvaggio che rende possibile questi impazzimenti. Save the Children potrebbe essere mai contento di vedere il suo nome far pubblicità nel sito dell'Isis? E la Tim? Eppure così è. Pubblicitari e investitori non hanno nulla da dire?
Del resto, come recitava il titolo del film di Alberto Sordi, finché c'è guerra c'è speranza. Anche nel web...

Considerazione tecnica
Ovviamente va ribadito che Tim e Genertel e Save the Children non c’entrano nulla, così come i loro primari consulenti delle centrali di acquisto che, dal loro punto di vista, hanno come obiettivo quello di raggiungere “teste” ovvero navigatori web con determinate caratteristiche.


In questo caso è ragionevole ritenere che il primo filtro possa essere quello di utenti italiani.


Il problema risiede nel complicatissimo – e incontrollabile – sistema di piattaforme che oggi intermediano domanda e offerta. Evidentemente non garantiscono qualità in termini di siti su cui esporre queste campagne pubblicitarie.


Il paradosso di tutto questo è che così facendo gli investimenti pubblicitari di importanti aziende mondiali diventano inconsapevoli finanziatori di realtà che gestiscono questi siti.