Il Pd e la paura di Rai3: radiografia di una guerra grottesca

Dalla tragedia alla farsa il transito può essere veloce: non è difficile capire che la bufera censoria è in arrivo.

Vincenzo Vita 1 ottobre 2015

Chi ha paura di Rai3? Gli spiriti profondi che albergano nel partito democratico sembrano proprio rinverdire gli editti berlusconiani. Naturalmente, dalla tragedia alla farsa il transito può essere veloce. Tuttavia, al di là della loquacità meno paludata del deputato Anzaldi o dell’urlo di guerra del governatore della Campania , non è difficile capire che la bufera è in arrivo. Magari meno spiccia e plateale, ma pur sempre puntuta. E sì, perché la terza rete –quella nazionale, dopo l’esperienza regionale partita nel dicembre del 1979- è qualcosa di più di un canale televisivo. La nuova era iniziò nel 1987, con la direzione di Angelo Guglielmi. Da quel laboratorio sono scaturite le matrici di grande parte della migliore offerta del servizio pubblico, che ancora resistono al tempo e hanno contaminato nel frattempo le altre reti.
Per certi versi accadde qualcosa di analogo con la seconda rete di Massimo Fichera del decennio precedente, ma lì il tema era diversificare il palinsesto troppo omologato dell’ammiraglia. Qui, invece, c’era da proporre la giusta miscela tra informazione (con Sandro Curzi e la squadra combattiva del Tg3) e cultura: “alta” e “bassa”, con l’intuizione felice che il consumo moderno richiedeva di abbassare un po’ la prima e di alzare altrettanto la seconda. Non per caso nei media studies se ne scrive molto. Ha senso parlare di una rete di partito, cui le angoscianti critiche di oggi alludono –con un albo genealogico che correrebbe dal Pci al Pd- supponendo qualche dovuta fedeltà alla “linea” e al segretario? Grottesco e persino surreale. Siamo di fronte ad una storia straordinaria, costruita sull’indipendenza, sulla qualità sovversiva, sul rifiuto di qualsivoglia comando. Certamente diversi di coloro che ne hanno inventato e costruito la fisiologia avevano e hanno opinioni e coraggio, ma come una vera e propria tendenza culturale, in grado di dare voce – ad esempio - alla prima fase della Lega nord, alla tormentata trasformazione del Msi in Alleanza nazionale, ai movimenti della società prima ancora che assumessero sembianze politiche. E’ persino impossibile elencare tutto e tutti, trattandosi di un’orchestra ampia e plurale. Insomma, si chiede l’allineamento a chi pratica una sintassi e un’ortografia assai lontane dal classico incrocio con i partiti.


In verità, simili attacchi, uniti agli strali contro i talk rei anch’essi di rompere il conformismo, ci interpellano sulla situazione reale dell’Italia in crisi. E’ comprovato che, quando si è costretti a richiamare la “linea”, è quest’ultima che mostra crepe vistose. E di questo dovrebbero preoccuparsi coloro che indossano ora l’innaturale abito dei censori. Ha risposto alle polemiche con efficacia l’attuale direttore della rete “incriminata” Andrea Vianello. E così ha fatto anche Riccardo Iacona, la cui eccellente trasmissione “Presa diretta” è pure “attenzionata”. Hanno giustamente sottolineato i rappresentanti della Federazione della stampa e dell’UsigRai, sentiti dalle commissioni parlamentari sulla (contro)riforma del servizio pubblico, che meglio sarebbe se il governo ripensasse il testo varato lo scorso luglio dal Senato. Che, con la sua smania di accentramento della guida aziendale sull’amministratore delegato, deve aver dato alla testa degli emuli diffusi dell’”uomo solo al comando”.


“Rambo” batte i talk del martedì e non c’è da stupirsi. Del resto, lo stesso Renzi nel salotto di Vespa nella prima stagionale del 7 settembre le buscò da “Buongiorno papà”. E’ la politica che non va. Così è, se vi pare.