Riforma della diffamazione, via il carcere resta la voglia di bavaglio

L'indecente ping pong parlamentare della riforma della diffamazione al quarto giro di boa nella Commissione giustizia della Camera dei deputati. [Claudio Visani]

Riforma della diffamazione, via il carcere resta la voglia di bavaglio
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20 Maggio 2015 - 18.08


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di Claudio Visani

Al quarto giro di boa parlamentare, nella Commissione giustizia della Camera dei deputati, il disegno di legge di riforma della diffamazione cambia ancora rispetto al testo approvato dal Senato. E questa volta con una buona notizia per i giornalisti dei giornali on line e per i blogger. Il deputato e responsabile Giustizia del Partito democratico, David Ermini, ha ritirato – su invito del relatore Walter Verini e dietro parere negativo dello stesso vice ministro della Giustizia che firma la proposta di riforma, Enrico Costa – l’emendamento che estendeva anche ai giornali on line non registrati e ai blog l’obbligo delle richieste di rettifica entro due giorni senza titolo e senza commento, equiparando gli uni e gli altri alle testate più strutturate e registrate. E’ evidente che la parificazione delle testate on line e dei blog – quasi sempre senza editori e vere e proprie redazioni alle spalle, quindi intrinsecamente più deboli – a quelle delle testate maggiori, avrebbe determinato un effetto intimidatorio sui giornalisti e di limitazione della libertà di stampa.

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Cade il diritto all’oblio che avrebbe cancellato le notizie scomode

Cade anche il “diritto all’oblio”, ovvero la disposizione che prevedeva la definitiva cancellazione dal web, con un “delete” che non lasciasse alcuna traccia, delle notizie valutate come diffamatorie dal presunto diffamato. Un vero e proprio colpo di spugna che avrebbe finito per rimuovere dalla rete notizie scomode e inchieste giornalistiche. D’accordo per questa modifica il Pd, il M5s e Sel, i quali hanno chiesto che del diritto all’oblio si parli in un provvedimento specifico, e non nel ddl sulla diffamazione.

Ripristinata la misura contro le querele temerarie fatte per intimidire

Viene inoltre ripristinata una misura contenuta nella prima versione del ddl, sia pure timida e ancora inadeguata, contro le “querele temerarie”: quelle che non hanno un vero fondamento ma vengono comunque usate come minaccia e intimidazione dei giornalisti e dei giornali più indifesi. La misura prevede che, in caso di querela valutata come temeraria, il giudice possa condannare il querelante al pagamento di una somma da mille a 10mila euro “a favore della Cassa delle ammende”.

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Confermata la cancellazione del carcere.

Confermata, inoltre, come nelle tre precedenti letture, la cancellazione del carcere per chi diffama a mezzo stampa, sostituita da una pena pecuniaria da 5 a 10mila euro per la diffamazione semplice, e da 10 a 50mila euro per la diffusione di notizie “consapevolmente false”.

Il paradosso del [url”“caso Cipriani””]http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=73237&typeb=0&Il-mio-caso-assurdo-di-giornalista-destinato-al-carcere[/url] e la colpevole distrazione dell’Ordine

Una cancellazione che rende ancora più paradossale la condanna a 5 mesi di carcere (o in subordine agli arresti domiciliari o all’affidamento ai servizi sociali), avvenuta addirittura nel processo di primo grado davanti al Tribunale di Oristano, dell’ex direttore responsabile della catena free-press “E-Polis”, Antonio Cipriani, reo di “omesso controllo” su un articolo. Un “caso” che, a differenza di quello più noto del direttore del Giornale, Alessandro Sallusti – graziato da Napolitano – ancora fatica a conquistare l’attenzione dei media e della politica.
Ci sono stati, è vero, autorevoli interventi in sua difesa, tra i quali quello del presidente della Fnsi, Santo Della Volpe. Ma nessun appello al Capo dello Stato affinché conceda anche a lui la grazia, posto che ormai è palese la volontà del legislatore di cancellare la pena della carcerazione per questo reato, risulta che sia ancora partito. Mentre l’Ordine dei giornalisti non ha trovato né il tempo né il modo per votare un documento sulla vicenda, perché nel Consiglio nazionale di pochi giorni fa era troppo impegnato a varare la deroga-sanatoria per l’iscrizione all’Albo di quei pubblicisti che non fanno la professione giornalistica, e spesso nemmeno una regolare attività pubblicistica (i pubblicisti non iscritti all’Inpgi sono circa 50mila, poco meno della metà degli iscritti all’Albo). Una misura funzionale soltanto a mantenere lo status quo del “carrozzone” ordinistico nazionale in vista del rinnovo delle cariche previsto il prossimo anno.

Rimane l’ossessione bipartisan della politica di mettere il bavaglio ai media

Non cade, invece l’ossessione bipartisan della politica di condizionare i giornalisti e mettere il bavaglio ai media, soprattutto a quelli più deboli, non controllati cioè dai gruppi editoriali che sono quasi sempre abituati a un “rapporto di amorosi sensi” con la politica. Il meccanismo escogitato per la rettifica obbligatoria, infatti, sarà talmente stringente da mettere in difficoltà la libera informazione. Le rettifiche dovranno essere “senza commento, senza risposta e senza titolo”. Dovranno essere pubblicate entro due giorni con una collocazione pari a quella della presunta notizia diffamatoria. E le multe pesanti diventeranno il deterrente principe contro i giornalisti e i media “non omologati” e meno strutturati.

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Riforma della diffamazione: un indecente ping pong parlamentare che dura dal 2013

Il testo all’esame della commissione Giustizia di Montecitorio è in dirittura d’arrivo. Tutto ciò che sarà votato senza modifiche del testo approvato al Senato, per il principio della lettura “doppia conforme” è destinato a non essere più cambiato. Ma al Senato il ddl dovrà comunque tornare, in questo indecente ping pong che dura da più di due anni. Le modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, al codice penale e al codice di procedura penale “in materia di diffamazione, di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di ingiuria e di condanna del querelante” approdarono al Senato nel 2013. Il Senato approvò il ddl, la prima volta, il 17 ottobre 2013, che poi fu modificato alla Camera e riapprovato con modifiche il 29 ottobre 2014, per poi tornare in commissione giustizia alla Camera (con i cambiamenti che vi abbiamo raccontato) che si pronuncerà in “sede referente”. Ovvero, dopo le proprie valutazioni sul testo trasmetterà il proprio parere alla Camera dei Deputati per l’approvazione. Ma solo se il Senato approverà il testo senza ulteriori correzioni rispetto a quelle della Camera, il ddl diventerà finalmente legge.

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