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Media e giustizia, Don Ciotti e la verità del giornalismo

In questi giorni cupi e di solidarietà ho seguito un corso di aggiornamento di don Luigi Ciotti. Le verità passeggiano per le vie delle nostre città, ha detto. [Antonio Cipriani]

Antonio Cipriani
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14 Maggio 2015 - 23.17


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di Antonio Cipriani

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Giorni paradossali. Da una parte [url”la vicenda giudiziaria che mi riguarda”]http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=73237&typeb=0&Il-mio-caso-assurdo-di-giornalista-destinato-al-carcere[/url], l’assurdo che sto vivendo e la condanna definitiva al carcere. Dall’altra la cura straordinaria della solidarietà, dell’amicizia, del sostegno bello che mi fa sentire meno solo, meno ostaggio di una storia inconcepibile. E che mi fa capire che è stato giusto uscire dalla riservatezza di tanti anni, per porre un problema collettivo: quello della libertà d’informazione in balia di scelte politiche (o non scelte politiche) devastanti per la democrazia dell’informazione, ostaggio dei soldi.

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In queste ore, per un caso della vita, ho frequentato un corso di aggiornamento professionale obbligatorio per il mio Ordine, quello dei giornalisti: l’ho fatto a Torino, andando nella sede del Gruppo Abele e di Libera per ascoltare don Luigi Ciotti. Come ho scritto a caldo: mai tempo è stato speso meglio. Ascoltarlo demolire pezzo per pezzo le retoriche che rappresentano lo scheletro del sistema mediatico mi ha fatto bene al cuore, ed è stato bello essere lì e sapere che tanti giovani giornalisti hanno potuto aggiornarsi davvero…

Intanto il posto: una ex fabbrica che ancora trasuda delle lotte degli operai metalmeccanici. Così don Luigi ha definito lo spazio che ospitava la moltitudine di giornalisti. Come dire: un luogo in cui ci si batte oggi per gli umili, per chi è in difficoltà, per creare forme pratiche e reali di solidarietà umana. E che ha una storia di dignità. Di sudore, fatica e solidarietà tra esseri umani in fabbrica. Il posto speciale, le parole del prete di strada, la sua capacità di narrare ed esortare, oltre al fatto che ad ascoltare ci fosse una platea di giornalisti, ha reso l’incontro ancora più interessante.

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I giornalisti non dovrebbero andare a braccetto con la politica. Così ha detto, tanto per cominciare. Tracciando un solco netto tra chi opera in questo mestiere con responsabilità e coscienza, graffiando il potere. E chi invece, dopo la trasformazione lenta genetica della categoria, deve ogni sprazzo di notorietà o di piccolo potere proprio alla frequentazione dei salotti che contano, da quelli della politica alla finanza. Fino all’ultimo aspetto del giornalismo di tendenza: quello degli sponsor. I giornalisti dovrebbero contribuire alla coscienza critica del Paese, ha aggiunto il caro don Luigi con il suo candore straordinario. Con la forza della sua parola esatta.

Le verità passeggiano per le vie delle nostre città. Anche questa frase è caduta con la sua esattezza su noi spettatori di questo miracolo di dolcezza e furore, di temperamento e coraggio, di testimonianza e amore per le persone. Perché solo l’amore per le persone, per le loro storie, per la cura e la forza morale di chi vive la vita di ogni giorno porta alla verità. Alla conoscenza come forma primaria dovuta alla prossimità, ha aggiunto. Io ti guardo negli occhi e ti ascolto. Immagine bellissima. Che conservo con gioia. E penso alla poesia della narrazione da strada, a fronte della virtualizzazione della vita che sempre di più corre veloce, quasi impazzita, sulle onde velocissime della comunicazione del tempo. Dove nessuno vede niente, nessuno è testimone, ma tutti si formano idee e conoscenze per sentito dire, per frammenti di sapere spezzettati per la volontà di non dare mai un quadro completo.

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Come ho amato questo piccolo uomo che stava facendo aggiornamento professionale a presenti e futuri operatori della notizia. E io pensavo – e lo penso da anni – che se uno prende solo il taxi o viaggia in prima sul Frecciarossa o in aereo, tende a non percorrere le stesse vie dove passeggiano le verità. Perché, ovviamente, le verità non passeggiano per via Montenapoleone. E neanche negli spazi anonimi, freddi e scintillanti di Fiumicino aeroporto. Già, per comprendere e non giudicare occorre sporcarsi se non le mani, per lo meno i piedi della polvere delle strade dove la gente vive, si batte, lotta, chiede diritti, vorrebbe poter contare ancora qualcosa e non soltanto sedere nell’arena mediatica davanti alla tv.

C’è una responsabilità nella verità. E la verità anche se è scomoda è l’unica strada che ci può condurre alla dignità come umani e alla libertà come gruppi che socialmente condividono uno spazio. Già li vedo sghignazzare quelli che invece fanno soldi a palate, che sono in grado di pagare campagne elettorali, di comprare decisioni strategiche sul bene comune a favore di pochi, che se ne fottono. Che ritengono che ogni cosa abbia un prezzo e il mercato è la vita. Ossia tutti sono sul mercato per servire passivamente il Dio Denaro. Anche colleghi, che spero non fossero nell’ex fabbrica delle lotte operaie, ad ascoltare il prete da strada che gira con la scorta e combatte per la legalità. Con una consapevolezza meravigliosa: legalità è una parola svuotata, più sono illegali i fini e più si nascondono dietro la parola legalità. Aggiungendo con un certo qual colpo di genio: basta stare attenti, non c’è legalità senza uguaglianza.

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Ne so di più come giornalista? Mi sento aggiornato? Non lo so, certo dopo aver visto una moltitudine di corsi sulla ravafava del nulla, non si capisce per aggiornare chi o per chi, penso di sentirmi meglio dopo aver ascoltato don Luigi Ciotti insieme con una platea di giornalisti, alcuni giovani con tanta fiducia negli occhi, alcuni meno giovani con i loro blocchetti per prendere appunti. Lui insisteva sul Noi. Non l’Io e basta, non l’individualismo di chi corre la sua corsa contro tutti, non l’x factor della vita in cui uno ce la fa e l’altro soccombe: noi. Noi per difenderci da chi ci ha spogliato da questa dignità collettiva, da chi calpesta quotidianamente i nostri diritti con la capacità mediatica di averci trasformato in mediocri individualisti indifferenti, capaci di commuoversi. Incapaci di reagire come collettività di fronte all’ingiustizia.

Non si deve generalizzare. L’ha ripetuto tante volte, ed è giusto. Io sono un giornalista e non amo i talk show, anzi li ritengo un danno per la forzatura della verità che contengono, per l’autoritarismo del mezzo che condiziona pesantemente chi passivamente ascolta e passivamente si forma una idea su mezze informazioni spezzettate, buttate lì con capacità maggiore o minore di colpire l’immaginario, di accendere a intermittenza commozione o indignazione. Fuochi di paglia della coscienza. Ecco, non generalizzando don Luigi ha usato il bastone contro chi corrompe gli animi con questo sfavillare, ripetendo fino all’esaurimento che la competenza è responsabilità. Che la conoscenza è il pane della libertà. Che occorre approfondire.

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Già approfondire. Non scoop o emergenze, o paure. Profondità nella narrazione. E responsabilità, citando don Tonino Bello. Delle parole dette mi chiederà conto la storia, dei silenzi dovrò rendere conto a Dio. Fantastico in questi giorni di silenzi e imbarazzi anche su questioni di un’evidenza lampante, ascoltare questa frase in un corso di aggiornamento dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte, che ringrazio di cuore. Il mio prossimo corso sarà su media e giustizia. Ossignore…

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