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Il terrore in Rai corre sugli straordinari

Le furberie di ieri che diventano reato di truffa e possibile licenziamento. Partita dal Tg1, l'inchiesta su straordinari mai fatti investe ora tutta l'azienda.

Il terrore in Rai corre sugli straordinari

Desk

11 Marzo 2013 - 20.35


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Reato di truffa. La notizia è ufficiale anche se non è chiaro il percorso dei fatti: come e quando sia nata una inchiesta giudiziaria dai potenziali effetti devastanti all’interno della Rai. Prestazioni straordinarie marcate in orario e poi certificate dal singolo e dal suo diretto superiore, ma mai fatte. Coinvolti un numero imprecisato di giornalisti e di tecnici turnisti. Oltre ad alcuni, forse numerosi dirigenti intermedi che, quegli straordinari a scrocco, li avallavano o per gratifica o per clientela o per menefreghismo. Furto a Pantalone Rai, era la filosofia, ma anche alle tasche pubbliche data la natura giuridica dell’azienda. Ed ecco che il “peccatuccio” tutto interno di ieri diventa ipotesi di truffa erariale. E sono cavoli. Non serve una contestazione di parte -quella mai fatta alle trasferte spendaccione di Minzolini, per capirci- ma è reato perseguibile d’ufficio. Nessuno sconto in casa.

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Tra notte e alba. Due i fronti del contendere e diversi i potenziali casi di violazione. Orario alba e notturno. Parliamo del 25 o 20 per cento in più di retribuzione, almeno per i giornalisti. Esempi classici, giornali radio e tg delle 7, o le loro edizioni notturne: prima delle 5,30 è l’alba, dopo le 23 il notturno. Fin qui tutto chiaro per chi va in onda e deve esserci. Al massimo potrà essersi fatto uno sconticino sulla sveglia rubacchiando un’ora di sonno in più. Meno chiaro lo stesso straordinario pagato, immaginiamo, a chi “dirige”, ma lo fa da casa. Oppure a quelle presenze evanescenti delle redazioni tematiche -politico, cronaca, esteri, per fare un esempio- che dovrebbero supportare il lavoro della “messa in onda” di quegli assonnati notiziari. Problemi contrattuali complessi. Tipo le verifiche di entrata. Vietate da contratto per i giornalisti. La Rai non può, ma magistrati e CC sì.

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Vecchi privilegi. Va detto che da tempo, se non da sempre, alcuni meccanismi di “gratificazione impropria” erano tacitamente ammessi. Avveniva quando il bilancio Rai era attivo e quando il suo ordinamento giuridico era ancora “privato”. Il “padrone” generoso “regala” chiudendo un occhio. Questione etica già allora, ma non ancora penale. Poi la sentenza della Cassazione che impone alla Rai le regole delle aziende pubbliche. In più ora, sia la Rai sia il Paese piangono e tirano la cinghia. Forse per improvvida stupidità, forse per pura arroganza, alcuni insistono nell’andazzo. Con dettagli da potenziali risate. Alba o notturni fatti per 16 giorni esatti, non uno in più, che da contratto donano la maggiorazione per tutto il mese. O come la vecchia regola ora cancellata dei 6 anni “notturni”, da orario, che ti venivaono pagati per il resto della vita lavorativa. Problemi aziendali e non soltanto.

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Feste raccomandate. C’è poi il lucroso capitolo dei domenicali e dei festivi dove la macchina produttiva Rai non si ferma ma spesso accelera. Pensiamo allo sport e ai vaticanisti ora in attesa di Papa. Compenso adeguato al sacrificio, 180%, vale a dire la giornata normale con l’aggiunta di un solido 80 percento in più e il dovuto riposo di recupero. Tutto normale trovare pallonare e pretesche presenze in massa. Meno comprensibile eventuali fitti turni domenicali della politica: redazioni o testate. Tralasciamo per pietas laica la dolorosa questione dei cinque giorni al 360%. Riconosciamo che lavorare a capodanno, pasqua, primo maggio, ferragosto e natale guasta le feste. Due di queste infelici ma lucrose giornate al massimo, dice l’azienda. Salvo eccezioni. Ma quelle due previste non sono un obbligo e neppure un diritto. Difficile da capire quando eccezioni di favore fanno la regola.

Responsabilità. Ora la rincorsa interna pare sia quella che in guerra si chiama “copertura”. Coprirsi soprattutto le spalle e le vie di fuga. L’Azienda maiuscola, con alcuni suoi vertici elasticamente gelatinosi al cambio politico di presidente e direttore generale, hanno esercitato il dovuto controllo?
Tale ipotetica omissione diventa argomento da codice penale, notoriamente poco elastico. Quindi il controllo a posteriori di orari platealmente forzati. Tutti orbi e sordi? O disattenti? O accorti evita rogne? L’ultima ipotesi pare la più credibile per aiutare le carriere del compromesso professionale. Con il rischio morale, oggi, che molti quasi-innocenti o, inconsapevoli colpevoli, o piccolo furbetti, rischino davvero molto. Forse troppo. L’irresponsabilità come regime, capita a volte che travolga se stessa. Coinvolgendo, e questa è la vergogna, la stragrande maggioranza di chi si fa un mazzo così.

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Ciak si gira. Il governo di una azienda così complessa come è la Rai -pensate a quattro diversi contratti di lavoro- non è certo facile. Come non è probabilmente facile correggere eventuali vecchi cedimenti, anche sindacali. Nel mondo complesso ed evanescente dell’intrattenimento, la messa in onda di uno spettacolo, di una trasmissione, delle prove che li precedono, coinvolge centinaia di persone con ruoli, contratti e meccanismi salariali diversi. La neghittosità dell’artista strapagato che ritarda di ore l’uso dello studio con truppa schierata, ha costi esorbitanti. Chi ha programmato gli orari, chi ha consentitolo scialo del “personaggio”, chi non ha previsto a contratto i costi di una sua eventuale negligenza? Vallo a spiegare a vertici sommi che la televisione la conoscevano come elettrodomestico. Ora pagheranno un po’ di spiccioli professionali. Non basta, e diventa ingiusto.

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