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Mika, la reporter che raccontava donne e bambini

L'inviata giapponese, 45 anni, uccisa in Siria ieri era una veterana, prudente, misurata e soprattutto pioniera del video-reporting. Nel 2003 vinse il Vaughn-Ueda.

Mika, la reporter che raccontava donne e bambini

Desk

22 Agosto 2012 - 12.35


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La sua missione era raccontare gli invisibili, le vittime involontarie dei conflitti: i più deboli, le donne e i bambini. Questa visione è stata fin dagli inizi la spinta di Mika Yamamoto, l’inviata giapponese colpita a morte ieri in Siria nel corso di un duro scontro ad Aleppo tra ribelli e forze governative, per raggiungere fronti caldi come l’Iraq, con i reportage sulla vita delle persone sotto i bombardamenti nel pieno della guerra del Golfo, l’Afghanistan, per denunciare la condizione delle donne sotto il pugno di ferro dei talebani, e il Kosovo dilaniato dagli scontri etnici.

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Le corrispondenze dall’Iraq, dove nel 2003 si salvò dal bombardamento dell’Hotel Palestine, le valsero il Vaughn-Ueda, il riconoscimento promosso dagli editori giapponesi sul modello del Pulitzer Usa. Una veterana, prudente, misurata e soprattutto una pioniera del videoreporting (”uno strumento diretto e di verità”): ”Una reporter fantastica che adorava il suo lavoro”, ha detto in lacrime suo padre Hiroshi, giornalista in pensione dell’Asahi Shimbun. ”Voglio rivederla quanto prima, sono orgoglioso di lei”, ha aggiunto, poco dopo aver saputo del tragico evento. ”Era determinata a tornare viva per raccontare le storie vere di donne e di bambini sui campi di battaglia”.

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Ospite di un programma della tv pubblica Nhk, Yamamoto, solo tre mesi fa, aveva espresso preoccupazione sul braccio di ferro in Siria a causa dei ”segnali che lasciano intravedere un preoccupante scenario di guerra civile”. Aveva anticipato che vi si sarebbe recata per ”osservare e raccontare”. Così e stato. Ieri ha lasciato la Turchia per ritornare in Siria in compagnia di Kazutaka Sato, collega di viaggio e di lavoro, nonche’ testimone oculare della tragedia. ”Abbiamo visto – ha raccontato Sato ancora sconvolto dall’accaduto – un gruppo di persone in tuta mimetica correre verso di noi e dagli elmetti sembravano soldati governativi. Erano a soli 20-30 metri di distanza o anche più vicino. Lei era a 3 metri da me: le ho detto di correre, ci siamo separati e non l’ho piu’ vista. Poi mi hanno detto di andare all’ospedale, e ho visto il suo cadavere”.

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Le edizioni pomeridiane dei principali quotidiani giapponesi, dallo Yomiuri all’Asahi, hanno voluto rendere omaggio in prima pagina al coraggio di una giornalista morta a 45 anni e ”che – hanno scritto – sapeva dare voce alle donne e ai bambini” in contesti tragici e sanguinosi. Sul sito della Japan Press, la sua piccola agenzia di stampa indipendente con forte attenzione a Medio Oriente, Balcani e Asia sudoccidentale, c’è il piccolo banner rosso che ricorda ‘la copertura della guerra civile in Siria’. Poco piu’ sotto l’annuncio, l’ultimo, dello speciale trasmesso il 19 agosto sul network Ntv.

Solo la Somalia è più pericolosa della Siria per le giornaliste e i giornalisti: lo stima Reporter senza frontiere (Rsf) nel suo barometro sulla libertà di stampa, che elenca 34 reporter uccisi da gennaio in tutto il mondo. In Somalia, ad oggi, sono 8 i giornalisti uccisi. In Siria Rsf conta sei reporter uccisi (Mohammad Saeed, Tv di Stato siriana; Marie Colvin, Sunday Times; Remi Ochlik, IP3 Press; Gilles Jacquier, France 2; Shoukri Ahmed Ratib Abu Bourghoul, Al-Thawra; Mika Yamamoto, Japan Press, uccisa ieri ad Aleppo), e 30 tra blogger e citizen journalist morti. A questi, se le notizia di al Jazeera venissero confermate, va aggiunto il cameraman di al Hurra, il turco Cuneyt Unal, morto ad Aleppo. C’e’ poi Anthony Shahid, il cronista del New York Times che Rsf non annovera nell’elenco perché deceduto per una attacco di asma a febbraio, dopo essere entrato clandestinamente in Siria. Rsf infatti include nella lista solo i reporter uccisi direttamente nell’ambito dello svolgimento delle proprie funzioni e di cui abbia accertato con chiarezza le cause e le circostanze della morte. All’elenco di Rsf andrebbero aggiunti i siriani Ali Abbas (Sana) e Yusuf al-Bushi (freelance), uccisi ieri, Ramy Al-Sayed (Shaam News Network) morto a Homs lo stesso giorno di Colvin e Ochlik, e i due iracheni Ali Jabburi al Kaaby (Al Riwaa) e Falah Taha (freelance), uccisi a metà luglio. Ci sono poi i reporter e i blogger finiti agli arresti: in Siria sono 30.

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