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Lacrime sullo sfascio della Rai

La tv di Stato si riprenderà dalla crisi economica, di ascolti e culturale? Alle amare considerazioni di Giancarlo Governi replica il più amaro Ennio Remondino.

Andrea Barbato
Andrea Barbato

Giancarlo Governi

2 Dicembre 2011 - 23.25


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Caro Remondino,
incontrai Ettore Bernabei, molti anni dopo la sua uscita dalla Rai. Lo
incontrari a casa di suo figlio Roberto, valente primario del Gemelli.
Ci
appartammo a chiacchierare. Mi disse: io tutti gli anni in cui sono
stato
direttore della Rai (mi pare, 14 o 15…) non ho mai dato un posto
importante a
un bischero. Se dovevo promuovere qualcuno che non valeva niente gli
inventavo
una direzione o lo facevo condirettore ma mai gli avrei dato una
responsabilità
piena.

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Effettivamente la Rai è stata fatta ed è cresciuta sulla
lottizzazione
ma quella di Bernabei e anche quella che abbiamo avuto fino alla fine
degli
Ottanta è stata per la maggior parte dei casi una lottizzazione al
rialzo, una
lottizzazione che teneva conto dei valori culturali e dei valori
professionali
ma che rispondeva a criteri aziendali per cui difficilmente qualcuno
poteva
occupare un posto importante se non aveva il gradimento di quella che
in gergo
si chiama la “tecno struttura”. Io personalmente ho assistito al
battesimo di
personaggi neutri sul piano politico, i quali per arrivare al posto a
cui erano
destinati dalla tecnostruttura venivano dichiarati repubblicani, o
liberali e
persino democristiani e socialisti. In certi anni in Rai si è arrivati
alla
raffinatezza di una sorta di lottizzazione al contrario per cui era la
Rai a
lottizzare i partiti.

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Fu grazie a questa lottizzazione imperfetta che
la Rai
ebbe negli anni grandi dirigenti come Massimo Fichera, Emmanuele
Milano, Brando
Giordani, Andrea Barbato, Giovanni Salvi, Carlo Fuscagni, Ugo Zatterin,
Emilio
Rossi, Antonio Ghirelli, Angelo Guglielmi, Fabiano Fabiani, Angelo
Romanò,
Sergio Zavoli, Leone Piccioni e tanti tantissimi altri…

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Oggi, parafrasando Virgilio, potremmo dire “Quantum mutata ab illa”,
la Rai
sicuramente ed anche il modo di porsi nei confronti dei partiti. Oggi
la Rai è
inerme nei confronti dei partiti, la tecnostruttura non esiste più e
quel poco
che c’è non ha autonomia né idee né cultura, dall’interno non cresce
più
nessuno e la lottizzazione viene fatta al ribasso.

Cosa vogliamo aspettarci da una Rai così? L’unica cosa che possiamo
aspettarci è
quello che ci sta arrivando in questi giorni: i tagli. E per fortuna
che c’è
qualcuno che ha il coraggio di farli. Ma un pensiero al futuro, alle
nuove
sfide proposte dallo sviluppo vertiginoso delle tecnologie, chi lo fa?
Boh!

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Un caro saluto

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La replica di Ennio Remondino

Caro Governi,

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anzi, se posso, caro Giancarlo. A volerci concedere un sorriso tra tante tristezze temo dovremmo affidarci al genio di Benigni e Troisi e dirci «Non ci resta che piangere». Salvo voler somigliare, ambedue, a degli amanti abbandonati da una Rai a cui ci sentivamo sposati e che s’è rivelata, nel tempo, molto meno virtuosa di quanto credevamo. Ma la parte dell’amante deluso mi infastidisce e per abitudine di mestiere preferisco la guerra aperta a chi ha corrotto la “mia” Rai. Cambiano i toni e non i sentimenti di fondo.

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In questa ondata di rimpianti condivisi potremmo assieme compitare un elenco lunghissimo di nomi che hanno dato lustro al nostro «Come eravamo». Tu citi nomi illustri che in gran parte ho avuto l’onore di conoscere ed apprezzare. Altri, per affetto personale, li aggiungerei io. Albino Longhi ad esempio, o l’ articolato e complesso (era un nostro scherzo) Nuccio Fava. O il mitico capo cronista Roberto Morrione purtroppo scomparso. Lo sostiene un «sinistro» di indubbia appartenenza parlando di molti democristiani.

Il più recente libro che mi è capitato di scrivere l’ho dedicato, guardacaso, «Al giornalismo dei dinosauri, Jurassik Park di galantuomini». Già mi incombeva l’ormai prossima vedovanza Rai. In realtà in quel felice e fantasioso parco di giornalisti capaci e per bene, la lista, per fortuna sarebbe lunghissima. Gente sul campo ancora oggi e che spesso paga in umiliazioni o inutilizzo il degrado di una azienda preziosa per tutta la cultura nazionale. Perché oggi quella “lottizzazione” di cui tu parli è arrogate «Piglio tutto».

Dev’essere una conseguenza del passaggio dal proporzionale al maggioritario. Una volta si scherzava su «Un democristiano, un socialista, un comunista e, uno bravo». Oggi col chi «vince piglia tutto», siamo tornati ai tempi di Caligola con cavalli e asini fatti senatori dal berlusconismo povero di ingegni e ricco di clienti. Ora la Rai, sull’orlo del baratro, cerca di recuperare un barlume di pudore affidandosi però agli stessi ultimi pretoriani di Caligola. Possiamo credere in un riscatto? Io, confesso, sono pessimista.

Ho colto da altri tuoi scritti che stimi molto Lorenza Lei. Ma potrà essere lei (solito gioco di parole) la Monti dei sacrifici salvifici per una nuova Rai? Io la conosco poco. Anche se le debbo gratitudine per un clinex asciuga lacrime passatomi al funerale di Morrione. Temo però che la situazione aziendale sia ormai troppo compromessa. Tra Alitalia e Termini Imerese sussurra qualcuno. Potrà mai toccare direttori poco capaci ma molto protetti? Per Minzolini stanno aspettando il magistrato. Non è molto dignitoso.

L’ultima trovata dei tagli alle corrispondenze estere. Mestiere mio. Troppo costose rispetto al loro utilizzo aziendale. Direttori da politichetta interna e noi tagliamo il mondo. Faraoniche ambasciate intoccabili ieri per i ras insediati. «Ma i pezzi di quello nessuno li vuole», e torniamo a Caligola e al suo cavallo. Cacciare chi stona e salvare il coro, sarebbe la logica. Ma per fare questo occorrerebbe scontentare alcuni clienti. Meglio scontentare tutti. A un anno dalla mia uscita dalla Rai, confesso, questo aiuta ad assorbire il lutto.

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