Montagne verdi e rovine, il terremoto nei Sibillini non è finito

Viaggio nelle "zone rosse" di Visso e Vallinfante. Parlano gli abitanti e la vedova di un uomo che non ce l’ha fatta. In una chiesetta c’è un restauro d’avanguardia, ma non basta

Il centro storico di Visso Foto Stefano Miliani

Il centro storico di Visso Foto Stefano Miliani

redazione 9 giugno 2018Culture

Stefano Miliani


“Comune di Castelsantangelo sul Nera (Mc). Vietato l’accesso. Zona rossa”. L’avviso vale anche per Visso, sempre nel maceratese. Borghi di un fascino struggente, antico. Tra le montagne verdi dei Sibillini, così spaziose, tra valli rigogliose, i borghi terremotati sono ancora azzoppati. In più centri storici restano scene di crolli. Il 10 maggio 2018, a un anno e mezzo dalle micidiali botte dell’ottobre 2016 cui sono seguite scosse che alimentano l’ansia, filtra tra gli abitanti molto sconforto e al contempo voglia di reagire. Con partenza e traguardo a Camerino domenica 3 giugno la Gran Fondo Terre dei Varano ha visto migliaia di pedalatori da mezza Italia sfrecciare in maglie multicolori tra “le discese ardite e le risalite su nel cielo aperto” iniettando una dose d’energia e incoraggiamento a chi tra questi colli, monti e valli vuole continuare a vivere.


Affreschi ritrovati
La frazione di Vallinfante, risalendo lungo il Nera a pochi chilometri da Castelsantangelo, è anch’essa sbarrata. È distrutta. Silenzio. Ma nella chiesetta di Santa Maria, semi-sbranata, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio ha scoperto brani d’affresco del ‘300, del ‘400, del ‘500 e avviato un esperimento ingegnoso: poiché tra quei pezzi di parete non si può entrare, e quelle figure sacre incuriosiranno chi qua abitava e pregava e gli amanti dell’arte, architetti e restauratori hanno montato una sorta di cabina d’ingresso mobile che s’incunea nella dilaniata navata. È un gabbiotto, che si può smontare e che, attraverso un gioco di vetri e specchi, consente di intravedere quegli affreschi senza rischio. Se ne occupa la restauratrice Dania Mari. La responsabile dei lavori è l’architetto Simona Guida, il direttore scientifico delle decorazioni e pitture è Pierluigi Moriconi, ci lavora la ditta Edilfiastra di Venanzio Lucarini (il quale teme “l’abbandono fisico e morale degli abitanti del territorio”), i vetri e i “corpi illuminanti” vengono dagli sponsor Montanariglass e IGuzzini.
Quegli affreschi sono degli scampati. Sono riemersi dopo il sisma perché nei secoli passati qualcuno li aveva coperti con una vernice grigia. Un brano del ‘300 raffigura un santo severo, al centro compare una santa del XV secolo, a destra un San Sebastiano del ‘500 come al solito seminudo e sguardo languido al cielo nonostante lo abbiano infilzato come un pollo con un nugolo di frecce. La chiesetta è protetta da una tettoia, provvisoria, affinché non ci piova dentro. D’accordo, è un progetto in un luogo piccolo. Però, sostiene Moriconi, è un impianto pioneristico, può dare suggerimenti, ispirare interventi simili in altri monumenti colpiti dal sisma e un contributo azzeccato può infondere fiducia.


Un messaggio nell’oceano
Un piccolo messaggio in un oceano di lavori da approntare. Molte chiesette nelle Marche montane non possono godere di altrettanta attenzione. La commissaria per la ricostruzione Paola De Micheli, con la Regione, la soprintendenza e il parere delle diocesi, dopo il via a un programma a settembre 2017 a febbraio 2018 ha approvato il secondo piano da 175 milioni per restaurare 391 chiese (238 nel maceratese). Ci vorrà una vita. La devastazione è troppo vasta. È capillare. Nell'interno del maceratese risalta la sproporzione tra la vastità dei danni diffusi in ampie aree, spesso in centri molto piccoli, e i tecnici – storici dell’arte e restauratori in primo luogo – della soprintendenza: sono in numero drammaticamente e decisamente inadeguato. Non bastano. “Capodacqua era meraviglioso, aveva un bar con un ottimo caffè, non esiste più, andarci è una sofferenza”, si tormenta Dania Mari. “Gli abitanti continuano a ritrovarsi, ma in altri luoghi. È difficile”. La restauratrice guarda le strade vuote, le case semicrollate, di Vallinfante. Non zampetta neanche un gatto.


La vedova di chi non ha retto
Quanto descrive la restauratrice a volte ha conseguenze estreme. Il primo maggio si è tolto la vita Massimo Dell’Orso, 56enne di Castelsantangelo, uomo attivo che gestiva con amore un centro faunistico a Vallinfante e, con la moglie, bed & breakfast. Non era riuscito ad avere una Sae – le Soluzioni abitative in emergenza. Si è buttato dal terzo piano ad Alba Adriatica, dove aveva dovuto trasmigrare, come tanti dai monti, fuori posto sul mare. A Vallinfante è aperto un altro cantiere, nella chiesa di San Pietro: sempre un monumento. Il resto tace. La moglie di Dell’Orso Stefania Servili accetta di parlare con un giornalista benché, comprensibilmente, non le sia facile. “Sono felice che si lavori sui beni culturali. Ma … “ Ma? “Avevamo tre bed & breakfast, questa era una delle frazioni più vissute, dai venti abitanti d’inverno si arrivava alle 500 persone d’estate che descrivevano questo posto come un paradiso. Rinascerà? Non so”. Un ostacolo, racconta, è che sul luogo le autorità non hanno sciolto la “riserva idrogeologica”, ovvero il rischio idrogeologico non è scongiurato, per cui non può fare niente. “Finché non parte la ricostruzione pesante non inizia nemmeno quella più leggera”.
Stefania Servili ha una gran dignità, non esterna il dolore ai media e perciò non si può neppure immaginare quanto sia profondo. Ha casa dei genitori nella vicina Visso. Inagibile. Anche se non è nel centro storico, il quale è confinato da reti e cartelli come zona rossa, sventrato, desolato. “Mio marito aveva anche cercato di riaprire il centro faunistico. Al mare non stavamo neanche male, ma non è la nostra vita. Lui aveva qualche problema fisico e se stai a 150 chilometri di distanza … “. Se stai lontano e le prospettive per riaprire le tue attività non si palesano, se non vedi un ritorno, lo sconforto è assicurato. La signora comunque torna a Vallinfante, quando può.


Il centro di Visso senza “Infinito”
Per strada, scendendo da Vallinfante e poi da Castelsantangelo il traffico è limitatissimo. Chi sale, qua? A Visso Roberta Flamini faceva la fotografa e aveva aperto un B&B dieci anni fa: “Nella ricostruzione e delocalizzazione non hanno messo le strutture ricettive allo stesso livello di bar e negozi. Visso adesso ha solo quattro posti letto”. Sottinteso: come potrà rinascere se non può ospitare visitatori neanche a breve? Un ragazzo, una ragazza, dove trova lavoro? “È tutto finito, non fanno niente”, constata con amarezza un signore che preferisce non dire il nome. Aveva casa in paese, adesso è in affitto in zona dopo essere stato sul mare fino a marzo: oltre il primo aprile “mi addebitavano il mese di marzo”. E non poteva permetterselo.
Nel centro storico – attraversato insieme ai vigili del fuoco come angeli custodi - la lineare, nitida, facciata gotico-romanica della Collegiata, dal portale trecentesco, dall’esterno appare relativamente integra. Certo, è puntellata, ma l’aspetto inganna: l’interno è pericoloso. Sempre nella piazza dei Martiri Vissani, tra edifici del ‘400 e del ‘500, la facciata della chiesa Sant’Agostino alla destra della Collegiata sopra il rosone è spezzata, ha un telo. Il Museo civico diocesano presso Sant’Agostino conservava manoscritti di Giacomo Leopardi compreso ”L’infinito”: è inaccessibile e il testo della poesia non è qua. Non si può immaginare l’infinito, tra questi paesi squarciati. Le case a pochi piani, giallo paglierino, rosa, rosso mattone, sembrano reduci da un bombardamento. Un pezzo di un tetto penzola nel vuoto: come può non crollare? Al 10 maggio è attivo un cantiere nella chiesa di San Francesco. Nei monumenti, pur con lentezza, almeno si vedono gru e/o operai. Altrove? No. Intorno al palazzo comunale di fine ‘400? No.


La pasticceria è squisita e ma ...
Fuori dal perimetro transennato la pasticceria Vissana gode di un’ottima e meritata reputazione (di sicuro le paste, altro non sappiamo), oltre a fare da bar e ristorazione. Tanti convergono qui. Per un pranzo, un caffè, due chiacchiere. Lina Albani, la titolare: “Molti qui avevano la seconda casa”. Perché vengono da Visso e lavorano altrove. Una storia comunissima, in tutto l’Appennino centrale e meridionale. “Non esiste un punto di aggregazione. Urge la ricostruzione. Bello che qualcuno disse Non vi lasceremo soli”. Il sarcasmo amaro è giustificato. La mancata promessa di Matteo Renzi quando era premier ha portato in Senato il sindaco di Visso Giuliano Pazzaglini. Candidato per la Lega Nord, appena eletto ha promesso “di rispondere alla richiesta d’aiuto di un territorio martoriato dal sisma e dalle inefficienze burocratiche”. Nel paese lo ha votato il 63% degli elettori. Il ritardo nella ricostruzione ha inciso nel voto. Basta valutare la Camera: su sedici deputati eletti, il maceratese ha spedito a Montecitorio nove pentastellati, un esponente per Lega-Fi-FdI-Udc, due leghisti, un Forza Italia, un Fratelli d’Italia, appena due Dem. Il Pd, anche qui, tanto per cambiare ha conosciuto una debacle clamorosa.


Ricostruzione con troppa lentezza
Una possibile parziale spiegazione? Intanto le procedure per gli appalti sono state istituite per impedire infiltrazioni e corruzione, ma molto complicate, “La ricostruzione procede lentissima e soprattutto non vediamo un’idea precisa, un piano vero – commenta un signore che lavora a tempo nell’amministrazione pubblica e chiede di non essere citato per nome – È giusto che i beni culturali abbiano un trattamento speciale perché sono la nostra storia, è la nostra cultura”. Il vivere civile, le case? “C’è un incomprensibile ritardo, le procedure sono macchinose, è tutto provvisorio”. Anche lui ha la casa inagibile. Terremotata. Poco meno che cinquantenne, al momento guadagna 1.300 euro al mese, “300 li lascio per strada per venire al lavoro, d’affitto ne pago 350. E la mia è una condizione comune, non sono una mosca bianca”. Constata: “In questa zona d’estate venivano anche cinquemila turisti ed erano in aumento. Andrebbero rimesse a posto le strutture ricettive per rilanciare il territorio”.


Le casette "Sae"
I Sibillini aprono scorci d’incanto. Nell’area Le Piane presso il paese terremotato di Pieve Torina si distende una schiera di Sae, le casette prefabbricate. Non sono male. A un piano, colori pastello, strade, praticelli, tutto è ordinato. Dietro, abeti e il bosco. L’Expo Bar con piccole torri rosse, prefabbricate, ricorda film e foto dalla provincia americana. Invece è Marche. “Siamo di qui da generazioni – risponde una signora, Ivana Stronadi – Non si vive più, si dorme nell’ansia perché ci sono ancora scosse. Per lo meno queste casette sono dignitose”. Ma non preannunciano il ritorno a una socialità piena negli antichi borghi. Il parco dei Monti Sibillini, stupendo, è pronto e attende.



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