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Aborto: una proposta per impedire la guerra civile mondiale

La vita non comincia nel momento del concepimento. C’è il tempo del discernimento, durante il quale chi rinunciasse a portare a termine la gravidanza non ucciderebbe nessuno, ma compirebbe una scelta che potremmo definire contraccettiva.

Aborto: una proposta per impedire la guerra civile mondiale
Manifestazione pro-aborto a Washington

Riccardo Cristiano

28 Giugno 2022 - 11.46


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Da anni il mondo conosce una sorta di guerra civile che dilania le società, soprattutto quelle più aperte alla modernità. Si tratta della questione dell’aborto. All’apparenza siamo davanti a due visioni inconciliabili: la gravidanza avviene nel corpo della donna che ha ovviamente  il pieno diritto di decidere su se stessa, oppure il feto è un organismo vivente e nessuno può sopprimerlo dal momento del concepimento a quello della nascita. Queste in realtà sono posizione estreme, che rischiano di travolgerci, radicalizzando il confronto ( o lo scontro) anche su molti atri temi.

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In realtà, anche solo guardando superficialmente le legislazioni più note, come quella italiana e la sentenza della Corte Suprema americana appena soppressa in favore delle legislazioni dei singoli Stati, possiamo vedere che le cose non stanno così. Le posizioni non sono due, contrapposte. Negli Stati Uniti la Corte Suprema aveva ritenuto di autorizzare a livello federale l’aborto fino al momento in cui si ritiene che il feto non possa vivere autonomamente, quindi tra il sesto e il settimo mese. In Italia non è così: i tempi nei quali l’interruzione volontaria di gravidanza è autorizzata qui sono meno della metà di quelli che vigevano negli Stati Uniti d’America, 12 settimane. 

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Già questo è sufficiente a cogliere che gli impianti legislativi sono diversi. Nel primo caso ci si è basati su questo ragionamento: la vita è tale solo nel momento in cui può essere compiutamente autonoma,  e quindi il feto possa sopravvivere fuori dal ventre materno. Quindi in questo arco temporale la donna può esercitare un suo diritto, interrompere la gravidanza. 

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Nel secondo caso non c’è in gioco un diritto, ma una possibilità terapeutica. Di fatto la legge 194 del 1978 stabilisce che tutte le interruzioni volontarie della gravidanza sono “terapeutiche”, poiché si ammette l’aborto nei casi in cui la gravidanza o il parto costituiscano un pericolo per la salute fisica o psichica della donna “ in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”.

Qui è chiara una cura legislativa nei confronti della  donna spesso sottovalutata: il mondo cattolico si proclama sebbene con cautela non a favore di questa possibilità, ma fu un premier cattolico a vararla, non prospettando però un diritto, ma l’accesso a un riconosciuto aiuto terapeutico.

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Davanti a questi due impianti legislativi abbiamo già una prima, enorme differenza. Il primo modello ritiene che il diritto possa essere esercitato finché non ne sussista compiutamente un altro. Il secondo modello indica una terapia e i tempi in cui può aver luogo l’aiuto terapeutico.

La Chiesa ha sempre affermato che l’aborto è tale dal momento del concepimento. La ratio è analoga e opposta a quella assunta dai giudici americani nella vecchia disposizione: nel momento in cui si semina avviene, o può avvenire, l’incontro che avvia il processo che porta alla vita. La Chiesa può rimanere nella sua certezza dottrinale, ma conosce e riconosce la scienza, può quindi riconoscere che il momento in cui comincia un processo che porterà o potrebbe portare alla vita non coincide con l’inizio della vera vita. 

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Secondo quanto affermato da papa Francesco nel corso di due interviste, la prima delle quali rilasciata a gennaio 2021 a Canale 5, tutti gli scienziati, credenti e non credenti, riterrebbero che  la vita cominci, grosso modo, un mese dopo il concepimento. Sono certezze scientifiche da tutti verificabili, ma comunque importanti poiché ci dicono che allora sussisterebbe un tempo tra il concepimento e la formazione di un organismo vivente.  Io ne deduco che la vita non comincia, come appare anche linguisticamente logico, nel momento del concepimento. Esisterebbe dunque un tempo per l’esercizio del proprio discernimento, durante il quale chi rinunciasse a portare a termine la gravidanza non ucciderebbe nessuno, ma compirebbe una scelta che potremmo definire contraccettiva. E’ ben noto che la Chiesa cattolica non riconosce neanche il diritto alla contraccezione, ma convenire che in questo lasso di tempo si  interverrebbe in via contraccettiva e non abortiva sarebbe molto importante. Cioè, si previene l’inizio di una vita, non la si interrompe. 

La mia idea, per non cadere nell’impossibile ricerca del minuto preciso in cui comincerebbe la vita, è quella di fissare lo scadere di questo tempo “mediano” a un numero certo e limitato di giorni dopo la constatazione di assenza di flusso mestruale. 

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Tutto ciò non comporterebbe alcuna modifica né della vera dottrina cattolica né della legge 194: già San Tommaso d’Aquino indicava chiaramente che al concepimento cominciava un processo, non la vita. E’ stata una forzatura teologica a diffondere la tesi della vita che inizia con il concepimento. In questo modo però si avrebbe il riconoscimento da parte del mondo credente che la vita non comincia con il concepimento e da quello non credente che l’aborto – quello cioè che si verifica dopo l’inizio della vita, non è un diritto. 

Papa Francesco ha giustamente affermato che il problema non è religioso, ma umano. E io credo che le donne pongano un problema in termini umani e non religiosi. Il risultato principale a mio avviso sarebbe questo: liberarle da una sofferenza che io posso solo immaginare, sapere di poter aver un tempo per discernere senza l’accusa da settori sociali importanti di uccidere. Alle comunità credenti, contestualmente, si farebbe riscoprire il valore di quel discernimento di cui tutti abbiamo bisogno, tutti.  

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