Ecco perché Francesco spinge per la sinodalità: aumentare il ruolo del laicato cattolico nella Chiesa

I vescovi non apprezzano la sinodalità del Papa, anche se tra pochi giorni saranno chiamati a indire il primo sinodo della Chiesa in Italia. Il Papa ha speso sei anni per convincerli o costringerli a questo passo

Papa Francesco

Papa Francesco

Riccardo Cristiano 6 maggio 2021
Non è strano che stenti a decollare tra i vescovi italiani il dibattito sul sinodo. Eppure l’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Italiana che convocherà il primo sinodo della Chiesa in Italia è ormai alle porte, poco più di dieci giorni e i vescovi si riuniranno, con ogni probabilità “in presenza”. E’ evidente che hanno capito che ha ragione il cardinale statunitense, Joseph Tobin, per il quale la sinodalità è la metodologia con cui Francesco intende cambiare la Chiesa. Passare dall’epoca del rigore a quella della Misericordia, dal tempo dell’autorefenzialità a quello della missionarietà, della Chiesa in uscita, “ospedale da campo”, Chiesa che intende lavorare per “attrazione”. 
Tutto questo passando per la sinodalità vuol dire aumentare il ruolo del laicato cattolico nella Chiesa, che non sarebbe più clericale perché diverrebbe Chiesa di tutto il popolo di Dio, non soltanto dei consacrati, dei sacerdoti, dei presbiteri. Il Concilio Vaticano II parlò di una Chiesa tutta ministeriale. Nel linguaggio ecclesiale “ministero” vuol dire servizio. Nella Chiesa conciliare non solo i sacerdoti svolgono un ministero, cioè un servizio, celebrando, ma anche i laici: leggendo i testi biblici ed evangelici durante la funzione, raccogliendo le offerte, coadiuvando durante la comunione, insegnando il catechismo (quello di catechista ora è riconosciuto come ministero), amministrando la parrocchia, compito che non spetta più necessariamente al parroco. Questa comunità di servitori diversi ma tutti tali, tutti coinvolti, tutti partecipi della vita e del cammino della comunità, è chiamata a scegliere i suoi indirizzi e le urgenze, insieme. Questo è il sinodo. E questo è il motivo di tanto silenzio. I vescovi non apprezzano la sinodalità di Francesco, anche se tra pochi giorni saranno chiamati a indire il primo sinodo della Chiesa in Italia. Il papa ha speso sei anni per convincerli, o costringerli a questo passo, che richiederà una partecipazione a scelte interne ed esterne. 
Il 30 aprile, parlando all’assemblea dell’Azione Cattolica, Francesco ha detto che “fare Sinodo non è guardarsi allo specchio, neppure guardare la diocesi o la Conferenza episcopale” ma è “camminare insieme dietro al Signore e verso la gente”. Laicità è “antidoto all’astrattezza: il percorso sinodale deve condurre a delle scelte: per essere praticabili, devono partire dalla realtà, non dalle tre-quattro idee alla moda” non per lasciare la realtà com’è “ma per incidere in essa, farla crescere nella linea dello Spirito Santo, trasformarla secondo il progetto di Dio”. Probabilmente è qui il problema delle evidente resistenze a imboccare davvero la via sinodale. Dottrina, rigore, richiedono verticalità, struttura piramidale, cattedra docente e popolo discente. L’apertura di Francesco, la sua attenzione alle periferie non solo geografiche ma anche esistenziali, non sceglie il rigore, comporta Misericordia, funziona nella vicinanza, nell’avvicinarsi e comporta “attrazione”. Questi due circuiti, questi due meccanismi sono opposti. I vescovi italiani hanno un’antica familiarità con il primo circuito, quello dottrinale, verticale. Per questo hanno aderito volentieri ai “progetti culturali”. I progetti culturali c’è chi li fa e chi le esegue, o segue. Non si parte, in un progetto culturale, dalla realtà, ma dall’astrattezza dell’interpretazione delle realtà. Interpretazione centrale, verticale e verticista, burocraticamente individuata. 
I cosiddetti valori non negoziabili mi sono sempre apparsi rispondere  a un progetto culturale che interpreta la realtà secondo un criterio astratto, definisce le priorità e orienta la cultura a definire quello il punto non negoziabile sul quale plasmare l’azione istituzionale e pastorale. Comunque. Nel camino sinodale entra negli uffici la realtà, vi entra dal basso, dall’esperienza di vita delle persone, non dei progetti. Qui non negoziabile diventa il reale, anche se non risponde “a idee alla moda”. Non a caso, sempre nel discorso all’Azione Catotlica, Francesco ha detto testualmente: “ una Chiesa del dialogo è una Chiesa sinodale, che si pone in ascolto dello Spirito e di quella voce di Dio che ci raggiunge attraverso il grido dei poveri e della Terra. Quello sinodale non è un piano da programmare e realizzare ma uno stile da incarnare.” 
Questo stile oggi porterebbe i laici cattolici in tutte le diocesi, in tutte le parrocchie: a fare cosa? A cercare una strada cattolica davanti alle quattro fratture che richiedono urgentemente risorse spirituali per esse capillarmente curate: si tratta della frattura sanitaria, di quella sociale, della frattura educativa e di quella delle nuove povertà. Si può affrontare l’epoca post-pandemia e le sue sfide con un confronto su quanto sarebbe stato negativo benedire le unioni gay (classico argomento da valori non negoziabili)  invece che sulla questione sanitaria esplosa ovunque, con gli anziani reclusi da oltre un anno nelle RSA senza poter vedere parenti in un mare enorme di casi? Questo loro diritto è negoziabile? Non credo. Si può parlare di società solidale con le famiglie colpite dal virus, con chi ha perso il lavoro, chiudendo i porti? 
Ma occorrono risorse economiche e spirituali per affrontare queste quattro fratture, e affrontarle per tutti. Francesco nei prossimi giorni interverrà in prima persona al primo evento ecclesiale sulla denatalità in Italia. E’ questo il modo per difendere la famiglia e il matrimonio eterosessuale, il suo valore sociale, la sua centralità. Non togliere agli altri la loro dignità, ma aiutare i giovani sposi, vedere le loro difficoltà. Sottrarsi alla cultura del consumismo è oggi andare controcorrente, ma avversare la cultura consumista e individualista in tempi di Covid vuol dire credere e proporre una cultura della vicinanza, della condivisione, del sostegno reciproco. Come cultura, come visione, come inclusione, non come rigore che esclude, emargina, condanna. 
Tutto si tiene nella missionarietà della Chiesa: non giudice eterno, severo ed esterno alla storia, ma partecipe del nostro cammino, delle nuove problematiche e realtà sociali che fanno il Paese. Il sinodo, si legge oggi su Famiglia Cristiana, “ è fatto di somme , di molteciplicità, di differenze accolte, di ascolto, di tratti di strada condivisi, ognuno con il proprio passo”. L’importanza di quello che sta proponendo Francesco è evidente per tutti gli italiani, che non hanno altre comunità che possono produrre impegno e cultura in un momento così difficile e decisivo per il Paese. Siamo tutti cittadini, i fedeli sono cittadini di questo Paese.