C'è chi invoca il ritorno alla chiesa di Costantino organizzata come l'impero. Ma...

Galli della Loggia parla della sparizione della cristianità quale connessione tra istituzioni politiche e istituzioni religiose. Ossia quello che è stato cancellato con il Concilio Vaticano II

Papa Francesco

Papa Francesco

Riccardo Cristiano 30 dicembre 2020

Il motivo vero, profondo, per cui Papa Francesco è il primo papa della storia contemporanea ad essere al centro di un fuoco di sbarramento che non conosce soste né tregue, neanche sull’orario delle celebrazioni anticipate per la gravissima pandemia che sconvolge le vite di tutti noi, non riesce ad emergere, ad essere espresso con chiarezza. Ma con grande onestà e chiarezza lo possiamo trovare finalmente in chiaro in queste due affermazioni: “ la sparizione di quella che un tempo era la Cristianità intesa come fatto pubblico, come connessione tra istituzioni politiche e istituzioni religiose”. La seconda affermazione è questa: “ non rimane traccia di quel compromesso cristiano-borghese instauratosi dopo la rivoluzione francese che fino a qualche decennio fa era tipico di tutte le classi dirigenti euro-occidentali. Un compromesso in nome del quale, pur laicizzandosi e modernizzandosi, esse erano rimaste legate in qualche modo all’antica fede”. Il professor Galli della Loggia, scrivendolo sul Corriere della Sera, ha il  grande merito di aver messo in chiaro i termini del contrasto tra chi ancora desidera la Chiesa preconciliare e chi invece cerca di dare attuazione alla Chiesa del Concilio. Di questo bisogna dargli atto con rispetto e gratitudine, nella diversità delle opinioni.

 

La Cristianità era quel sistema nato tanto tempo fa, direi con Costantino, e nel quale la Chiesa si organizza sul territorio come l’Impero. A ogni unità amministrativa dell’impero corrisponde la diocesi, con il suo vescovo. Il sistema sociale imperiale veniva poi riprodotto dalla società ecclesiale, estremamente verticalizzata e verticista: vescovo, parroci, clero celebrante, fedeli. La Chiesa non era popolo di Dio, la Chiesa era una società verticale e la liturgia rispecchiava questa verticalità: il celebrante guardante l’altare indicava la strada della Verità, della Salvezza.

 

Con il Concilio Vaticano II la Chiesa non è più così, ma popolo. La liturgia si capovolge: la celebrazione è comune, il popolo di Dio, insieme a chi amministra i sacramenti, celebra. Non ci sono guide, il clero celebrante non è più - detto con altro linguaggio - “l’ala marciante del proletariato”. La pretesa di essere il certificato di garanzia dei governanti svanisce poi, nella grandissima novità conciliare, nella scelta per la libertà di coscienza, nel riconoscimento dei semi di verità presenti nelle altre fedi.

 

Le novità conciliari sono state a lungo interpretate dai papi che hanno fatto e vissuto il Concilio: Paolo VI, Giovanni Paolo II, padre conciliare, Benedetto XVI, giovane consultore conciliare. Con Bergoglio il Concilio non si interpreta più, si attua. Il papa che è stato giovane buttafuori nelle periferie di Buenos Aires, poi giovane perito chimico in un laboratorio, poi in seminario, è il miglior interprete di questa Chiesa-popolo, che conosce “il mondo di fuori”, come pensa, come ragiona, non è più chiusa al resto del mondo, estranea alla storia, seduta al di sopra e al di là di essa. La Chiesa del Concilio cammina nella storia, come noi, con noi.

 

Questa Chiesa-popolo di Dio vive il mondo reale, nel quale ci sono agnostici, atei, credenti in altri religioni, per interpretare questo mondo e tradurre la sua lettura del mondo in un messaggio cristiano, grazie alla comprensione del Vangelo nella storia presente. Non può essere altrimenti. Il compromesso cristiano-borghese che aveva dato una sorta di certificato di garanzia alla novità sociale non è possibile per una Chiesa-popolo. Questa nel contesto attuale e nella realtà popolo di oggi è una questione evangelica.

 

Il bivio avvertito dal professor Galli della Loggia è quello vero, il bivio che molti nella clausura curiale nascondono, perché rifiutano il Concilio. 

La questione che Galli della Loggia a mio avviso non illustra pienamente  è la crisi della cristianità (non della Cristianità) in Europa: questa crisi risale a decenni fa e non la si risolve scrivendo nella costituzione europea un rigo sulle radice cristiane dell’Europa, ma iscrivendo queste radici nelle azioni, nell’agire quotidiano. Tornando ad un agire evangelico, sulla frontiera della famiglia o dell’amicizia sociale, il popolo-Chiesa potrebbe rendere visibili le radici cristiane, e i comportamenti di chi invece la scristianizza o lo vorrebbe. Questa è la novità conciliare e del pontificato che dopo l’interpretazione ha scelto la via dell’attuazione, non teorica ma pratica, del Vangelo.