Il regalo di Francesco: "Se mi occupo dei poveri sono santo, se combatto la povertà mi dicono comunista"

Nel suo discorso alla Curia Bergoglio ha citato un vescovo brasiliano a aggiunge: "Gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire, ma per rincominciare"

Papa Francesco

Papa Francesco

Riccardo Cristiano 21 dicembre 2020

“Permettetemi di chiedere espressamente a tutti voi che siete insieme con me a servizio del Vangelo il regalo di Natale: la vostra collaborazione generosa e appassionata nellannuncio della Buona Novella soprattutto ai poveri.[...]  I poveri sono il centro del Vangelo. E mi viene in mente quello che diceva quel santo vescovo brasiliano: Quando io mi occupo dei poveri, dicono di me che sono un santo; ma quando mi domando e domando: Perché tanta povertà?, mi dicono comunista”. 


Questo regalo chiesto da Francesco conclude il suo discorso alla Curia. Non è la prima volta che gli auguri per il Natale rivolti dal papa alla Curia si rivelano un discorso programmatico, un discorso potente alla Chiesa e al mondo. Potentissimo, quanto il finale, è l’inizio:  “Il Natale di Gesù di Nazaret è il mistero di una nascita che ci ricorda che «gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire, ma per rincominciare», come osserva in maniera tanto folgorante quanto incisiva Hannah Arendt, la filosofa ebrea che rovescia il pensiero del suo maestro Heidegger, secondo cui luomo nasce per essere gettato nella morte. Sulle rovine dei totalitarismi del novecento, Arendt riconosce questa verità luminosa: «Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità. […] È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa ed efficace espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la lieta novella” dellavvento: Un bambino è nato fra noi”».”  


L’efficacia è enorme soprattutto in questo momento di smarrimento. Infatti di lì a breve Francesco soggiunge: “ Questo Natale è il Natale della pandemia, della crisi sanitaria, della crisi economica sociale e persino ecclesiale che ha colpito ciecamente il mondo intero. La crisi ha smesso di essere un luogo comune dei discorsi e dellestablishment intellettuale per diventare una realtà condivisa da tutti”. 


Bergoglio ricorda che la pandemia ha fatto cadere i castelli di carta delle superflue sicurezze: “con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: lappartenenza come fratelli”. Fratelli tutti, la recente enciclica, è dunque l’architrave del tempo presente, della sfida che tutti fronteggiamo: “ Ecco un bellissimo segreto per sognare e rendere la nostra vita una bella avventura. Nessuno può affrontare la vita in modo isolato […]. C’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’è importante sognare insieme!” Il titolo del suo ultimo libro “Ritorniamo a sognare” echeggia come road-map per affrontare la sfida, ricordando che senza sogni forse non avremmo ancora la ruota, di certo saremmo fermi agli Angiò o altre case regnanti qua o là. I sogni infatti , ricorda Francesco, non sono miraggi perché non si sognano da soli, ma insieme. La crisi coinvolge tutto e tutti, ci pone davanti all’angoscia e all’incertezza sulle scelte da compiere: ci “setaccia”. 


Così ricorda le grandi crisi bibliche, da quella di Abramo a quella di Mosè, di Elia, di Giovanni Battista, di Paolo: tutti in crisi. E ovviamente la crisi di Gesù: tentato nel deserto, tradito nel Getsemani, sentitosi abbandonato sulla Croce. Ed è qui che il discorso si volge alla Chiesa, anch’essa davanti alla crisi degli abusi e dagli scandali passati e presenti. Ma nella crisi bisogna vedere anche i segnali di speranza, che mai fanno notizia come le difficoltà o le cattive notizie.   “ Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo, si limita a fare lautopsia di un cadavere: guarda la crisi, ma senza la speranza del Vangelo, senza la luce del Vangelo. Siamo spaventati dalla crisi non solo perché abbiamo dimenticato di valutarla come il Vangelo ci invita a farlo, ma perché abbiamo scordato che il Vangelo è il primo a metterci in crisi. Eil Vangelo che ci mette in crisi. Ma se troviamo di nuovo il coraggio e lumiltà di dire ad alta voce che il tempo della crisi è un tempo dello Spirito, allora, anche davanti allesperienza del buio, della debolezza, della fragilità, delle contraddizioni, dello smarrimento, non ci sentiremo più schiacciati, ma conserveremo costantemente unintima fiducia che le cose stanno per assumere una nuova forma, scaturita esclusivamente dallesperienza di una Grazia nascosta nel buio”. Le parole forti con cui spesso Bergoglio descrive la realtà, qualunque essa sia, quella del mondo o quella della Chiesa, trovano sempre un istante dopo la luce della speranza, della nascita... Per questo parla di crisi: perché la crisi è positiva, a differenza del conflitto. La crisi ci setaccia, come fa con il chicco dopo la mietitura, questa è la sua logica, “la logica del conflitto invece cerca sempre i colpevoli” da stigmatizzare e disprezzare e i giusti” da giustificare per introdurre la consapevolezza – molte volte magica – che questa o quella situazione non ci appartiene. Questa perdita del senso di una comune appartenenza favorisce la crescita o laffermarsi di certi atteggiamenti di carattere elitario e di gruppi chiusi” che promuovono logiche limitative e parziali, che impoveriscono luniversalità della nostra missione. Quando ci fermiamo nella congiuntura conflittuale, perdiamo il senso dellunità profonda della realtà”.  


Il tempo della crisi -che non è conflitto- è un tempo di miglioramento, di crescita, perché è un tempo di aggiornamento, quindi un passo avanti. “Ma se vogliamo davvero un aggiornamento, dobbiamo avere il coraggio di una disponibilità a tutto tondo; si deve smettere di pensare alla riforma della Chiesa come a un rattoppo di un vestito vecchio, o alla semplice stesura di una nuova Costituzione Apostolica. La riforma della Chiesa è unaltra cosa”. Ma questa riforma va fatta perché c’è stato episodio disdicevole, qualche episodio che non va? Questa domanda nel testo del papa non c’è, ma c’è questa indicazione chiarissima che chiama in balla tradizione e  cambiamento: “le cose antiche sono costituite dalla verità e dalla grazia che già possediamo. Le cose nuove sono i vari aspetti della verità che via via comprendiamo.” Quindi “nessuna modalità storica di vivere il Vangelo esaurisce la sua comprensione. Se ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo, ogni giorno ci avvicineremo sempre di più a tutta la verità”.