Libero, la sgrammaticatura tinta di falso di chi ignora perfino la storia di San Calogero

Pure lui veniva dall'Africa e guariva la gente, e aveva una attenzione in più per i diseredati. E quando in città scoppiò un'epidemia quel taumaturgo nero divenne santo

La prima pagina di Libero

La prima pagina di Libero

Onofrio Dispenza 30 luglio 2020

Ormai, le prime pagine di Libero non  scandalizzano e non indignano più, annoiano e basta. E fanno pensare con profonda tristezza, senza partecipazione, a chi ci lavora e ne condivide le scelte. Tristezza, nient'altro. Tutto il resto è noia, diceva Califano.

L'ultima prima pagina in questione, quella della foto: "La Sicilia diventa regione africana". Personalmente, sono siciliano e da siciliano ho sempre rivendicato un pò di sangue nero, africano. La mia città, Agrigento,  con le coste che sono approdo di tanti uomini, donne e bambini, è devota ad un santo nero, San Calogero.


Pure lui veniva dall'Africa e guariva la gente, e aveva una attenzione in più per i diseredati. E quando in città scoppiò un'epidemia quel taumaturgo nero divenne santo. Nel mezzo dell'epidemia girava per le strade e i cortili deserti facendosi gettare dalla finestra un pezzo di pane da portare agli ammalati. Ecco il senso della nostra devozione, ecco le nostre radici.
Veniamo alla nostra epidemia, alle strilla attorno ai pericolosi sbarchi di profughi e migranti per fame. Strillano pure i sindaci perché oggi a dominare è l'appuntamento col consenso elettorale e il consenso è frainteso, si è smarrita l'idea che chi guida una comunità deve avere il coraggio di non cavalcare il puledro vincente ma dopato.
Ho ricordato  San Calogero, ne ricordo l'abnegazione e il sacrificio, perché nell'intima sgrammatricatura tinta di falso del titolo in questione, si crocifiggono quanti arrivano per disperazione da noi, tacciandoli tutti, senza prova, senza riscontro, come untori. Peccato che le cronache e le notizie, le altre notizie, quelle che Libero non fa entrare nella sua prima pagina, parlano diversamente.


Parlano di matrimoni italianissimi, fitti di invitati che spargono più virus di quanto se ne possa trovare in dieci sbarchi. Poi ci sono quegli accadimenti che non hanno trovato mai posto nella cronaca, come quell'imprenditore lombardo che nel pieno della pandemia, con le frontiere chiuse, ha affittato un jet privato per recuperare a Londra il figliolo, facendolo rientrare a Milano, dopo un atterraggio a Zurigo e un ultimo miglio nell'auto blu di papà Italiano danaroso senza frontiere, pure in piena pandemia. Ma questa è un'altra storia, vero?
Ma torniamo all''Africa e alla Sicilia africana. Si, in queste ore - come detto - ci sono sindaci e amministratori locali siciliani, pressati dal voto d'autunno, che non se la sentono di non accodarsi al coro di chi strilla contro l'invasione. E cavalca il puledro vincente, ch sia drogato fa niente. Pare che sia stato Casalino, il discusso portavoce del presidente del Consiglio, a dire che i giornalisti hanno una memoria cortissima, che non va oltre le 48 ore. Vero, ma non è soltanto questione di memoria, spesso difetta cultura e memoria, cultura storica. Perché se l'avessero, se l'avessimo, dovremmo ricordarci quanti italiani, quanti siciliani trovarono pane e lavoro in Tunisia (ci sono libri e articoli e reportage) quanti antifascisti trovarono riparo in Tunisia quando in Italia dominava il fascismo, servo del nazismo. Memoria corta, cultura ridotta all'osso, incapacità di leggere il presente, comprendere il futuro prossimo. Le migrazioni scriveranno tante e tante altre pagine della storia dell'umanità, non della Sicilia, dell'Italia o dell'Europa. Nascondersi questo è annunciare una sconfitta, di tutti, "buonisti" e razzisti, anche di quei razzisti che mettono avanti le mani dicendo" Non sono razzista, ma...".