I vecchi in fila, sopravvissuti al Covid 19, trattati come gli ultimi

Li piangiamo da morti ma da vivi li lasciamo fragili e instabili sotto il sole per la pensione alle Poste senza neppure una seggiola. Soli davanti a market dove non esistono file tutelate. Ipocrisie all'italiana

In fila alle Poste: se c'è una seggiola è un miraggio
In fila alle Poste: se c'è una seggiola è un miraggio
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6 Maggio 2020 - 19.49


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Oggi a Roma c’era un bel sole, alle 12 circa 23 gradi. Un sole che picchia se stai in piedi, se non sai dove appoggiarti, se sei vecchio. Davanti all’Ufficio delle Poste, oggi come ieri, e l’altro ieri e nei giorni passati, c’era una fila ordinata e sfiancata di vecchi. In piedi, sotto questa luce imperiosa di maggio. I pochi negozi aperti hanno portato due seggiole, un bicchiere d’acqua per questi vecchi con la mascherina e i guantini, per i quali le Poste, i supermercati, gli uffici pubblici non hanno previsto un sedile, una pensilina, una fila “tutelata”. Nulla.
Noi i vecchi li piangiamo da morti, grandi elzeviri, la tragedia delle Rsa, da vivi invece sono invisibili. Troppo malati, troppo queruli, troppi ricordi e noi poco tempo per ascoltare.
Chiamiamoli vecchi per semplificare, perché “maturi” o “anziani” è una delle tante ipocrisie linguistiche che ci concediamo per ingannare il tempo. Davanti alle Poste oggi, ieri, l’altroieri a Roma, in Italia, c’erano tanti vecchi sopravvissuti al Covid 19, che con rigorosa attenzione resistono e che per due mesi non hanno visto figli e nipoti. Soli, smembrati, addolorati, privati dell’ultimo bene. In piedi per un sacchetto di spesa o una bolletta.

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Sono 16 milioni i pensionati italiani e di questi solo il 20% utilizza sistemi di pagamento elettronici. Significa che ci sono oltre 12,8 milioni di persone che si recano fisicamente a ritirare la propria pensione una volta al mese, dice l’Istat. 
I vecchi non lo sanno che ci sono le app per prenotare alle Poste, il numeretto digitale per ritirare la pensione, l’e-commerce. Vanno dove sono sempre andati, dove c’era da sedersi – dentro – e scambiarsi due chiacchiere, attendere, che il tempo quando si è vecchi è lungo, dilatato. Certo, ci sono i volontari, i carabinieri a supporto, in alcuni casi i Municipi solidali. Però che vita è non poterci provare ancora?
Un mondo civile, un Paese civile, una città civile dovrebbe pensare a loro, ai resilienti, ai nostri ultimi vecchi: prima dei militari  ci vorrebbero panchine, un po’ d’ombra che sta per arrivare l’estate, e via, esageriamo: anche un beverino per prendere un po’ d’acqua. E invece nulla.
I nostri vecchi combattono instabili, fragili come meringhe, a un metro di distanza in chilometriche file. La pubblicità dice che andrà tutto bene, i commentatori spiegano che morti loro morirà il Novecento. E loro testardi e dignitosi pensano in fila, in piedi, sotto un sole feroce, a una fiaba da dire a un nipote e a un regalino da fare con i soldi della pensione , a un piatto da preparare a un figlio, a un gesto di coraggio – l’ultimo – per esistere.

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