Il Coronavirus dovrà aiutarci a riflettere sulle diseguaglianze sociali per ridurle
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Il Coronavirus dovrà aiutarci a riflettere sulle diseguaglianze sociali per ridurle

Sostenere i più fragili in primis ma anche aiutare gli ultimi e riconoscere il ruolo fondamentale delle donne è un passo verso un nuovo respiro per il mondo.

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Chiara D'Ambros Modifica articolo

16 Marzo 2020 - 17.57


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Il mondo si sta girando sottosopra, piano piano, nel silenzio surreale e a tratti inquietante delle nostre città. Il Messico sta decidendo di chiudere le frontiere con gli Stati Uniti per paura che si diffonda il contagio. L’Argentina l’ha già fatto, come da questa parte dell’Oceano Germania, Austria e Danimarca l’hanno già fatto. Quello che era fino a ieri il primo mondo, da qualche giorno è solo primo per numero di contagi. Si è passati dalla libera circolazione globale, all’impossibilità di girare anche per le strade.
In Italia vengono ora riconosciuti importanti non più celebrità, le prime serate, calciatori, generali ma medici, infermieri, oss, uomini e donne delle pulizie, commessi di supermercati, trasportatori, fattorini, farmacisti, operai (e pensare che qualcuno non molto tempo fa diceva che non esistevano più) cui chi può stare a casa deve il mantenimento di una, seppur confinata, normalità primaria. In prima linea c’è l’umanità che cura e a guardare bene in gran parte è donna. Non è il momento di fare recriminazioni ma è importante farlo notare. Se tra i medici, secondo recenti studi, le donne sono il 37%, la percentuale tra gli infermieri è del 77%, tra gli Oss il 90% e lo stesso vale per gli addetti alle le pulizie.
Ormai tutti sono concordi nel dire che niente sarà più come prima. Un piccolo seme di consapevolezza di questo forse si può trovare nel nostro rapporto con il cinema. I film possono diventare sempre più difficili da guardare perché stridono così tanto con la realtà, ci mostrano persone che stanno assieme, si baciano, si muovono liberamente, facendoci sobbalzare perché mostrano una società con priorità che stanno piano piano perdendo di senso per tanti di noi. Parlano di un mondo forse finito per sempre così come lo abbiamo, non solo conosciuto, ma sperimentato fino a poche settimane fa, quando il virus si è manifestato nel nostro Paese, nelle nostre città, nelle nostre case, nei nostri corpi e ora in tutto il mondo.
A rendere tutto ancora più surreale è la tempistica. A imporre i cambiamento è un’onda tragica che si muove a rallenty e piano piano avanza e si infrange su territori e persone. Siamo come dentro una trasformazione planetaria in slow motion.
Anche l’emergenza ha dentro di sé un tempo lungo. I sanitari in prima linea si affannano e lottano contro la quantità di malati che necessitano di cure lunghe. Le terapie intensive si intasano anche perché i malati di Covid19 possono doverci restare settimane.
I turni di lavoro di chi assiste i contagiati iniziano dopo una lunga procedura per bardarsi di vari strati di indumenti protettivi: cuffia, controcuffia, guanti, camice sopra la divisa da infermiere, altro paio di guanti, calzari, mascherina, occhiali, e durano interminabili ore.
A loro viene chiesta una concentrazione di ferro che nemmeno immagina chi sta fuori, anche se siamo in un momento in cui è difficile tenerla anche per chi è lontano dal “fronte”, chi ancora lavora in altri settori, per chi banalmente è a casa con tutta la famiglia, bambini mogli e mariti, fratelli e sorelle, e per chi è da solo.
In questa onda lunga cosa succede giorno dopo giorno agli ultimi, ai profughi, ai senza tetto, agli irregolari, ai carcerati quali prospettive per loro che restano ancora più emarginati perché come le piante quando le risorse sono poche e da ottimizzare, si lasciano seccare i rami più fragili.
Come evitarlo e ribaltare anche questa prospettiva?
Il nostro Sistema Sanitario Nazionale è già dell’altra parte, pur indebolito da scelte politiche nefaste degli ultimi decenni, prendendosi cura dei più deboli, sta facendo la sua encomiabile in questo senso. Come continuare, pur con lentezza, a tenere in moto non solo la macchina del commercio e dell’informazione ma anche quella umanitaria oltre che sanitaria? Come far si che la chiusura dei confini, non diventi un confinamento della democrazia e della cooperazione?
Siamo davanti a una grande sfida per l’umanità.
Mentre si lavora incessantemente e celermente per aiutare chi il respiro lo sta perdendo a causa del Covid19, il rallentamento della società oltre a far diminuire lo smog nelle aree più inquinate, faccia tenere vigile l’attenzione sulla necessità di guardare in faccia la disuguaglianza sociale per ridurla. Il nostro Ssn è un modello anche in questo senso. Tutti hanno diritto alle cure allo stesso modo, la guerra questa volta si combatte per i più deboli. La lentezza che si impone sia un’opportunità per rivedere l’essenziale, ed è importate farlo da subito. Sostenere i più fragili in primis ma anche aiutare gli ultimi e riconoscere il ruolo fondamentale delle donne è un passo verso un nuovo respiro per il mondo.

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