L'omosessualità non dipende da un gene, ma da una combinazione genetica e ambientale: lo studio

Lo studio, condotto da un team internazionale di Harvard capitanato da un italiano, dimostra che i fattori che influiscono sull'orientamento sessuale sono centinaia

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29 Agosto 2019 - 19.50


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Uno studio pubblicato dalla rivista Science e condotto da un team internazionale coordinato dall’italiano Andrea Ganna del Broad Institute di Harvard sostiene che l’omosessualità sia il frutto di un insieme di fattori genetici e ambientali. Secondo i ricercatori, non esiste un solo gene che permetta di prevedere il comportamento sessuale, ma migliaia di varianti che vanno considerate in relazione all’ambiente e alla cultura dei soggetti. 
Lo studio rappresenta la più ampia ricerca genetica sul tema dell’omosessualità. “Studi precedenti avevano suggerito la presenza di segnali genetici forti che potessero far prevedere il comportamento sessuale: uno dei più noti puntava al cromosoma X, ma nel nostro studio, con un campione cento volte più grande, abbiamo dimostrato che non è così”, ha spiegato Ganna.
Per affrontare la questione in modo statisticamente rigoroso, i ricercatori hanno esaminato i dati relativi a oltre mezzo milione di persone presenti in due grandi banche dati genetiche: la britannica UK Biobank e la statunitense 23andMe. “Abbiamo fatto uno screening di tutto il genoma, esaminando milioni di marcatori genetici per vedere quali potessero essere associati al comportamento sessuale dichiarato dalle persone nei questionari”, ha sottolineato ancora il ricercatore.
Sono così emerse cinque varianti genetiche legate in modo statisticamente significativo all’omosessualità, di cui ancora non si conosce bene la funzione. “Sappiamo che una di queste varianti si trova in una regione del Dna che esprime recettori per l’olfatto, mentre un’altra è associata alla calvizie maschile e probabilmente alla regolazione ormonale, ma sono solo ipotesi”, ha proseguito Ganna, che lavora anche per il Laboratorio Europeo di Biologia Molecolare.
“Messe tutte insieme – ha osservato lo scienziato – le cinque varianti che abbiamo trovato spiegano meno dell’1% della variabilità nel comportamento sessuale. E’ probabile che esistano migliaia di altri geni legati in qualche modo al comportamento sessuale, anche se stimiamo che potrebbero contribuire al massimo per il 25% a questo tratto molto complesso, che dal punto di vista genetico rientra nella normale variabilità umana”.

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