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La follia del Black Friday, o l’intelligenza abdicata e lo sfruttamento del lavoro

Riflessioni sulla nuova follia collettiva che due volte l’anno afferra ormai l’intera umanità (la parte ricca, almeno)

Black friday
Black friday

Giuseppe Costigliola

27 Novembre 2018 - 18.16


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Anche quest’anno sono finalmente passati il cosiddetto “venerdì nero”, il famigerato Black Friday, e il suo fratello di latte, il Cyber Monday, insomma quella nuova follia collettiva che due volte l’anno afferra ormai l’intera umanità (la parte ricca, almeno). In realtà, da un weekend che era un tempo l’arco temporale delle vendite pazze (che pazze non sono per nulla, poiché dietro vi è una stringente strategia di marketing) si è esteso ad un’intera settimana, la Black Week.
E puntualmente, come ogni anno, Amazon e le grandi catene di distribuzioni planetarie gongolano nello sciorinare i dati: è boom di vendite, fatturati da record vengono puntualmente polverizzati, come le nostre coscienze narcotizzate. Le cifre, si dice in questi casi, sono da capogiro: secondo i dati forniti da Adobe Analytics, negli Stati Uniti si è segnato un più 24 per cento delle vendite online rispetto allo scorso anno, gli americani hanno speso la bellezza di 6,22 miliardi di dollari. Nel solo mercato britannico sono state vendute oltre 300.000 playstation, e così via, ma anche qui in Italia abbiamo artigli da tigre per l’e-commerce, i dati in elaborazione parlano di “impennate” di vendite e raddoppi del fatturato (dei soliti noti, e delle megacatene del mercato asiatico ormai sbarcate anche in occidente e sempre più aggressive, tipo Gearbest e Alibaba): anche noi abbiamo destinato una fetta consistente dei nostri risparmi a questo planetario godimento virtuale. Con buona pace dei negozi fisici, naturalmente, che anche quest’anno segnano il consueto decremento delle vendite.
In quest’orgia di merci, quelle tecnologiche subdolamente definite smart, ovvero “intelligenti” (smartphone, smartwatch, console, robot da cucina, televisori, frigoriferi, lampade, videocamere, aspirapolveri, macchine del caffè: tutti smart) la fanno da padrone.
Pare davvero che l’umano abbia abdicato all’intelligenza, e che questa sia stata travasata negli oggetti. Insomma, il mondo governato dagli algoritmi. I quali, però, sono gestiti da queste megacorporazioni che tengono il mondo per le palle. E noi?
Be’, da quando ci hanno convinto che se non compriamo non esistiamo, noi acquistiamo, appunto. Ci hanno anzi creato un’identità apposita: non più donne o uomini, siamo bensì “consumatori”, esseri asessuati dediti compulsivamente all’acquisto, macchine digitanti su terminali tecnologici che dividono il mondo in bit, e che gestiscono il nostro tempo, le nostre emozioni, i nostri desideri.
Che bello. E se per caso qualche sfigato non partecipa all’orgia, ecco il sistema compatto a insidiarlo, vessarlo, titillarlo, con una caccia spietata: “preparati al black friday”, “ecco come funziona il black friday”, “il black friday in pillole”, “quello che c’è da sapere sul black friday”: giornali e riviste di carta stampata e online, siti e blog, radio, televisioni e tutto il Web a spiegarti come accaparrarsi le offerte migliori. Che se pure spegni tutto trovano il modo di inchiodarti, con le strade e gli autobus che sei costretto a prendere tappezzati di manifesti, un amico che ti chiede cosa comprerai quest’anno, un figlio che t’implora l’acquisto.
E anche se ti barrichi in casa non hai scampo: ti arrivano i rumori dei furgoni carichi di merci che scorrazzano (e inquinano) per le strade, financo sotto casa tua, perché il vicino ha comprato la nuova (per qualche minuto) smart tv con schermo oled 75 pollici con cui poi ti fracasserà timpani e qualcos’altro fino al prossimo nuovo acquisto.
Ma come si tiene su questo immenso mercato, come funziona veramente? Be’, con lo sfruttamento selvaggio del lavoro, naturalmente. Prendiamo un caso emblematico, il colosso dell’e-commerce per eccellenza, Amazon, il cui proprietario, il tycoon Jeff Bezos, se la gioca per essere annoverato come l’uomo più ricco del mondo (per qualche mese lo è diventato). L’anno passato, per il Black Friday gli operai del gigantesco polo logistico di Castel San Giovanni (Piacenza) avevano indotto uno sciopero per far conoscere all’ignara e beota comunità dei “consumatori” le schiavistiche condizioni in cui sono costretti a prestare la propria opera. Con le successive lotte lo scorso maggio i lavoratori sono riusciti a strappare un accordo con la controparte. Peccato, però, che Amazon non stia rispettando i patti. Pare infatti che l’azienda si rifiuti di assumere direttamente, e a tempo indeterminato, i lavoratori interinali addetti al carico e scarico delle merci. Già in estate l’Ispettorato del lavoro aveva accertato la violazione da parte dell’azienda dei limiti numerici degli addetti assoldati dalle agenzie interinali. Questi lavoratori a tempo determinato sono stati avvisati che il loro contratto a tempo determinato può essere convertito in contratto permanente, ma l’azienda dell’ineffabile Jeff non se ne dà per inteso, con buona pace del diritto alla stabilizzazione. Nel magazzino piacentino il numero di dipendenti arriva a 2000 persone nei mesi di picco della movimentazione delle merci (ottobre-dicembre), e molti di questi lavoratori temono la beffa, poiché il termine di prescrizione per chiedere l’assunzione è di 60 giorni dopo il termine del contratto interinale, e molti di loro hanno ricevuto la lettera dell’Ispettorato che li informava dei loro diritti quando il termine era già scaduto da tempo.
Ma Amazon non rispetta gli accordi anche su un altro punto, quello della turnazione. L’accordo di maggio prevedeva infatti anche una diversa articolazione dei turni di lavoro, massacranti, ripetitivi e alienanti, proprio come nelle fabbriche di un tempo, e dei premi di risultato, sulle cui percentuali l’azienda fa il gioco delle tre carte. I sindacati hanno disposto lo sciopero degli straordinari fino al 31 dicembre, e la situazione rimane tesa.
Quella del polo logistico di Amazon di Piacenza non è certo l’unica realtà problematica che si nasconde dietro lo scintillante mondo del commercio elettronico. Per quanto drammatica, nel mondo vi sono condizioni ben peggiori: gran parte del sistema e-business si fonda infatti sullo sfruttamento schiavistico del lavoro, una dimensione che qualcuno credeva superata per sempre, ma che al contrario nel mercato del lavoro contemporaneo e della deregolamentazione neocapitalistica è rifiorita più fertile che mai.
Ma esiste un modo per obbligare questa sorta di piranha che sono le conglomerate come Amazon a rispettare i patti e redistribuire in maniera un tantino più equa gli immensi utili che fatturano? Sì: basterebbe che smettessimo di acquistare da loro, anche per un solo giorno. Tutti, mandando un segnale preciso. Scommetto allora che verrebbero subito a più miti consigli. Anche noi “consumatori” beneficeremmo di questa salutare pausa, magari ritrovando per qualche ora la nostra intelligenza svenduta. E la tranquillità di una passeggiata al parco con i nostri figli. Naturalmente, senza cellulare.

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