Da dove viene la potenza della mafia cinese in Italia

"La potenza commerciale della Cina influenzerà anche la criminalità organizzata". Lo disse Grasso quando era procuratore antimafia. Ecco il perche di un fenomeno criminale

Cina e Italia
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18 Gennaio 2018 - 18.49


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Enzo Verrengia

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L’operazione della polizia contro la mafia cinese riporta d’attualità un fenomeno criminale appannato dalle contumelie sull’immigrazione incontrollate, la “razza” e altri temi sventolati per accaparrarsi voti di pancia. Fra gang di latinos a Milano, romeni a Roma e slavi affabulati come Igor il Russo, si perdono le tracce giudiziarie di un pericolo ben concreto.
«La potenza economico-commerciale della Cina sta divenendo un fenomeno geopolitico che influenzerà la criminalità organizzata nei prossimi anni». Lo dichiarava l’allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Dalle indagini, infatti, emergeva una ricaduta illegale che andava ben oltre la contraffazione dei prodotti. L’elenco dei reati comprendeva lo sfruttamento della manodopera, anche minorile, l’evasione fiscale, il giro della prostituzione ed altro ancora. Una conferma, se ve ne fosse bisogno, dell’estremo e documentato realismo con il quale Roberto Saviamo apriva Gomorra. Impossibile dimenticare i container aperti, dai quali piovevano i cadaveri dei cinesi non registrati.
Grasso additava in particolare «l’eccezionale quantità di traffici che riescono a mettere insieme le organizzazioni cinesi» in grado di «clonare le attività sui territori stranieri, compresa l’Africa». Conclusione: «Tutto ciò porterà le organizzazioni criminali a favorire i canali cinesi per tutti i traffici illeciti, compresi i narcotraffici». La Cina diviene pertanto «spartiacque per le due grandi zone mondiali dei traffici illeciti, Europa da una parte e Stati Uniti dall’altra». Vista anche l’impossibilità di controllare «le centinaia di migliaia di container che fanno la spola ogni giorno tra la Cina e il resto del mondo».
Si veda Prato, spodestata dal ruolo storico di capitale dell’industria tessile, con una comunità composta da 20mila censiti e da almeno altri 10mila clandestini, su 180mila abitanti. In pratica due città, delle quali una costituisce la nicchia etnica degli immigrati. Con diramazioni nell’intera zona. Fra Pistoia, Empoli e Firenze, un triangolo che ha al centro Prato, si segnalano dai 70mila agli 80mila cinesi su una popolazione di un milione di abitanti.
All’inizio di questo decennio, il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, affermò: «Ormai il loro sistema di illegalità colpisce, coi suoi effetti, anche la società italiana». A Prato si teme il radicamento di un clan, quello dei “fojanesi”, accostati per la violenza e la protervia ai casalesi della camorra.
L’allarme trova conferma in un rapporto della Dia sulle mafie estere in Italia. Fra le quali quella cinese conquista il primato operativo. Gli investigatori ne mettono in rilievo una specializzazione. Quella di sfruttare passaporti e documenti di connazionali morti per creare identità lecite ma fittizie di immigrati viventi. Con l’innesco di un ricambio perpetuo che rende impossibile ogni censimento della comunità cinese. Un vantaggio ulteriore, data l’altissima media riproduttiva dei cinesi, che hanno famiglie numerose.
La maggiore percentuale di clandestini si distribuisce in Lombardia, in Toscana, in Emilia Romagna e nel Lazio. A cura della mafia cinese, che lucra sui flussi migratori illegali con profitti stratosferici. Costa dai sei ai venti milioni a persona venire in Italia. E una volta giunti, si affida la propria esistenza, piena di orrori e sofferenze, agli stessi padroni del traffico umano. I capi mafia, d’altronde, hanno modi infallibili di far rispettare le loro spietate condizioni. Chi non può pagare in contanti il viaggio, lo sconta attraverso anni di lavoro sottopagato. Se ci si ribella, il rischio è di subire il sequestro di una persona cara. Su cui la polizia italiana non indagherà, dato che nessuno andrà a sporgere denuncia.
Ma la mafia cinese non lavora solamente di pugno. Si dedica anche agli affari. Specialmente il riciclaggio dei proventi derivati dalla prostituzione e dal traffico di droga. Investito in attività di copertura.
È un ciclo criminale tutto endogeno. I crimini vengono compiuti all’interno della comunità cinese e non coinvolgono cittadini italiani. Così l’opinione pubblica ignora o resta indifferente ai salti di qualità della mafia cinese. La quale non dovrà mai temere, come quelle italiane, l’insidia dei pentiti.
È l’esportazione nella penisola di una tradizione criminale molto radicata nella civiltà cinese. Quella delle triadi. Il loro nome deriva dal simbolo che le accomuna. Un triangolo equilatero, i cui lati simboleggiano tre concetti base per i cinesi: Cielo, Terra, Uomo. Cui si aggiungono combinazioni di numeri che coincidono con le cariche dell’organizzazione. Il capo è lo Shan Chu, che significa “Testa del Dragone” o “Fratello Maggiore”. Come accade per le accolite criminali nostrane, l’ingresso in una triade passa per il rito di iniziazione. La cerimonia, lunga e complessa, culmina con il rogo di un pezzo di carta gialla sul quale sono apposti i nomi degli aspiranti e le parole dei 36 giuramenti che comporta l’adesione alla triade. Le ceneri vengono mescolate con vino, cinabro e zucchero. Poi si sgozza un galletto ed anche il suo sangue finisce nella tazza. Per concludere, il maestro incensiere punge il dito medio della mano sinistra della recluta finché appare il sangue. Questo, mescolato a quello degli altri iniziandi, viene bevuto da loro stessi. Segue la promessa di non tradire e di essere leali con gli altri componenti della Triade.
È ormai finita l’era in cui la mafia cinese monopolizzava i soli Paesi asiatici. Oltre che in Italia, agisce alla grande negli Stati Uniti e nel Canada. Due ambiti con rispettivi filoni delittuosi. Gli Stati Uniti per il traffico di droga, di armi e per il gioco d’azzardo. Settori nei quali le triadi prosperano grazie ad accordi con Cosa Nostra. Il Canada per la commercializzazione dell’eroina.
I cinesi hanno un concetto, Ba, che significa egemonia, e indica il predominio completo sull’avversario, senza trattative.

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