Arriva l'autunno, e ci dimentichiamo della terra che ha sete

La siccità è scomparsa dall’agenda delle notizie portatrici di angoscia mediatica. Eppure il problema resta vero e si avvia a diventare la più incisiva catastrofe planetaria dei prossimi decenni

Siccità

Siccità

Enzo Verrengia 5 ottobre 2017

Con l’arrivo dell’autunno e qualche accenno di perturbazioni, la siccità è scomparsa dall’agenda delle notizie portatrici di angoscia mediatica. Eppure il problema resta integro nella sua tragicità e si avvia a diventare la più incisiva catastrofe planetaria dei prossimi decenni. I ricercatori danesi della Aarhus University puntano l’indice sulle centrali idriche di produzione dell’energia elettrica. Il loro fabbisogno provocherà un’emergenza entro il 2040. Già dal 2020, però, ne risentirà il 30-40% della popolazione mondiale. Il primo firmatario dello studio effettuato in Danimarca, il professor Benjamin Sovacool, non lascia margini di ottimismo e asserisce esplicitamente: «Il fatto che il settore elettrico non si renda nemmeno conto di quanta acqua consuma rappresenta un problema enorme. Non abbiamo risorse idriche illimitate e questo potrebbe portare a una grave crisi se nessuno fa qualcosa al più presto». Per i Paesi più sviluppati, quelli con la maggiore necessità di energia, l’alternativa è il ricorso alle fonti rinnovabili.

L’esaurimento delle falde acquifere, comunque, risente anche di due fattori concomitanti. La sovrappopolazione e i mutamenti climatici. Su questi ultimi, le scuole di pensiero sono due. La più accreditata imputa la crescita della temperatura all’effetto serra causato dall’inquinamento. L’altra, meno appetibile ai media e spesso reclusa fra le teorie complottiste degli apocalittici, consiste nella previsione di un surriscaldamento “naturale” della Terra, dagli esiti molto foschi.
Nel concreto, qualsiasi dei due scenari risulti il più plausibile, l’acqua in via di riduzione rappresenta già un incubo attuale. L’afa che ha infierito sull’Italia dall’inizio della stagione più calda degli ultimi 200 ha fatto dichiarare lo stato di calamità a 10 regioni, fra cui la Puglia. Qui il rapporto della Coldiretti segnala una perdita di 140 milioni di Euro in grano, pomodori da confezione industriale e ortaggi. Il danno si aggraverà se le piogge non compenseranno lo stato odierno delle cose. Si prevede infatti una contrazione del 30% nel campo degli uliveti.
Data l’estensione paritaria dell’aridità, forse in provincia di Foggia perderà voce chi pensava di garantire l’approvvigionamento idrico inventando una entità geografica: la Moldaunia. Sarebbe una forma di secessione intraterritoriale, basata sulle contiguità storiche della zona settentrionale della Puglia con la regione confinante. Se non fosse che ora anche il fiume Staccione e gli altri corsi d’acqua molisani vanno in secca.
Sul piano geopolitico, gli stravolgimenti provocati dall’accaparramento dell’acqua, avranno portate bibliche. Innanzi tutto, accentueranno gli esodi, iniziati molto prima che facessero notizia le ONG, le beghe europee, i CARA e tutto il lessico che si accompagna alla tragedia dei migranti. Per esempio, la crisi idrica e alimentare dello Shael risale al 1973. Da allora, l’atroce situazione di quell’ampia fetta dell’Africa subsahariana ha registrato un’escalation di orrori, complicati dagli interessi delle multinazionali, dagli scontri interetnici e dal terrorismo.
Lo scorso marzo a Bologna si è tenuta la conferenza “Le mani sull’acqua: migrazioni ambientali e conflitti per il controllo dell’acqua”. L’ha convocata la GVC Italia, un’organizzazione non governativa del capoluogo bolognese. Fra i relatori, Carlotta Sami, portavoce dell’UNHRC, l’organizzazione dell’ONU che si occupa dei rifugiati, l’arcivescovo della città, Monsignor Matteo Zuppi, e Riccardo Petrella, promotore del Contratto Mondiale sull’Acqua.
Il valore del liquido più essenziale ha raggiunto picchi di paradosso, molto legati al panorama desolato dei conflitti in corso. Per esempio: «Nella città di Damasco, è più semplice comprare una bottiglia di Pepsi che trovare delle bottiglie di acqua minerale». L’ha affermato durante il convegno la cooperante Enrica Beuzer, di ritorno dalla Siria. «L’accesso alle fonti idriche di Damasco è stato razionalizzato a causa del blocco della fonte di Wadi el-Barada. Nell’ultimo periodo le fazioni in guerra hanno bloccato i flussi sull’Eufrate, tra Raqqa e Aleppo, negando l’accesso all’acqua ad oltre 2 milioni di persone.»
La disponibilità della Pepsi fa pensare al film di Mike Judle Idiocracy, del 2006, in cui nel 2500 le colture muiono perché irrorate con una bibita integratrice.
Intanto una guerra dell’acqua vera e propria divampa già fra Egitto e Sudan per il controllo del Nilo. Eppure le due nazioni avevano firmato nel 1959 un documento d’intesa, che di fatto escludeva le altre affacciate sul Grande Fiume.
Fin dal 1995, l’allora Vice Presidente della Banca Mondiale Ismail Serageldin avvertì: «Se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI secolo avranno come oggetto del contendere l’acqua».
A questo punto occorrerebbe riscoprire, fra gli altri, un classico della fantascienza, L’uomo che cadde sulla Terra, di Walter Tevis, l’autore de Lo spaccone. Uscito nel 1963, anno di miracoli economici e benessere che si credeva infinito, fu portato sullo schermo 13 anni dopo da Nicholas Roeg, con la struggente e rarefatta interpretazione di David Bowie. Quest’ultimo calza i panni di Thomas Jerome Newton, falsa identità di un marziano, venuto sulla Terra per costruire un megarazzo pieno di acqua da portare sul suo pianeta natale per ridargli la vita perduta a causa di un epopea bellica terminale. Gli stacchi filmici su un Marte desertificato tolgono il fiato, perché evocano un panorama che potrebbe essere il domani della Terra.