La Chiesa di Santa Venera a Cammarata: un gioiello bizantino ancora da scoprire

Di essa non solo abbiamo notizie di età storica, ma le evidenze archeologiche sono ben visibili a chi voglia vederle.

La Chiesa di Santa Venera a Cammarata

La Chiesa di Santa Venera a Cammarata

globalist 8 agosto 2017

di Doriana Consiglio


Chi guardasse Cammarata da contrada Savochello, o comunque dal versante nord-ovest, noterebbe come tra le due principali vette di Monte Cammarata (i Gemellos colles di Plinio) si formi una grande sella. All’interno di questo avvallamento, che prende il nome di Portella della Venere (Purtedda ‘a Vennira, nella tradizione locale), sorgeva in antico la Chiesa di Santa Venera.
Da notare come il prevalente uso locale della toponimia “pagana”, mai del tutto soppiantata da quella sincretistica cristiana (Purtedda di Santa Vennira), sia stata accolta anche nella denominazione topografica dall’Istituto Geografico Militare (IGM), che l’ha adottata (e avvalorata) in mappa.
In un luogo così fortemente simbolico (l’immaginario collettivo vede nella sella un solco tra due seni protesi verso il cielo), l’ipotesi della presenza di un tempio arcaico dedicato alle dee della fertilità è quasi inevitabile ma, allo stato attuale delle conoscenze, potrebbe essere solo frutto della suggestione che i luoghi ispirano. Certa invece, anche se ancora da dimostrare, è l’esistenza della chiesetta bizantina intitolata a Santa Venera. Di essa non solo abbiamo notizie di età storica, ma le evidenze archeologiche sono ben visibili a chi voglia vederle. Andando sul posto, infatti, si notano emergere in superficie le tegole di copertura del tetto, di fattura inequivocabilmente bizantina (tegole rigate a onde, a intreccio, a bande diagonali e verticali, etc.), e piccole porzioni di muro che rimandano sicuramente a una costruzione in elevato. Il resto giace sepolto sotto cumuli di macerie mai investigate dagli enti preposti.
Segnalata tre anni fa alla Sovrintendenza di Agrigento in occasione di un primo sopralluogo, ad oggi non risultano vincolati né i ruderi della chiesetta né il territorio su cui la stessa (e forse il relativo casale?) insiste. Il motivo di tale negligenza non è dato sapere, ma l’interesse storico-archeologico del sito appare indiscutibile.
Di una Chiesa di Santa Venera parlava esplicitamente il Diploma di Lucia, la prima Domina Cameratae dopo la conquista normanna dell’Isola, che reca la data del 1141. Nel descrivere i confini delle terre da lei donate alla chiesa di Santa Maria, menzionava e includeva Santa Venera «quae est sita inter medium magnorum montium» (che è posta nel mezzo di grandi monti).
L’evidenza archeologica, almeno quella leggibile in superficie, rimanda cronologicamente al V-VI secolo. L’attività della chiesa, che a quelle altezze impervie (1277 m.) dovette risentire solo marginalmente degli effetti dell’invasione islamica del IX secolo, continuò almeno fino al XIV. Così è attestato anche da D. De Gregorio nel suo volume «Cammarata. Notizie sul territorio e la sua storia» (1986).
Non è improbabile che la chiesa sia sorta su un tempio dedicato, appunto, a Venere in epoca romana. Ed è altresì probabile che lo stesso luogo fosse stato in antico sede di un culto delle Dee Madri. Quest’ultima ipotesi sarebbe confermata dai ritrovamenti in situ di oggetti votivi in bronzo inventariati dal grande Paolo Orsi, nonché dalla nota pratica dei Sicani di costruire a fini cultuali recinti di pietra e muraglioni sulle cime dei monti.
È possibile che, a fronte di una storia così lunga e ben documentata dalle fonti, la Sovrintendenza abbia ritenuto che il sito non presentasse alcun interesse storico-archeologico?
Se portata alla luce (o indagata coi moderni strumenti dell’indagine archeologica), la chiesa di Santa Venera costituirebbe una delle testimonianze più antiche della cristianizzazione dell’interno della Sicilia. Erano solo pochi giorni fa che, in occasione della presentazione dei risultati della campagna di scavo della Villa Romana di Durrueli, la missione americana dell’University of South Florida della città di Tampa annunciava con grande enfasi di avere trovato tracce di una piccola comunità bizantina, dicendolo «il primo caso trovato per adesso in provincia di Agrigento». Anche in quel caso si tratterebbe di ipotesi ancora da dimostrare ma, se la Sovrintendenza volesse, potrebbe stabilire un primato diverso tra i rinvenimenti in provincia. Basterebbe dar corso alla segnalazione di tre anni fa e una chiesa inequivocabilmente bizantina sarebbe bella e servita. E senza che siano gli altri (forse più sensibili e competenti di noi?) a insegnarci l’importanza di una scoperta di questo tipo.