Uno studio rivela: il nostro cervello non è razzista con i bambini

Alla vista di un bambino, nel cervello si registra una stimolazione della regione orbito-frontale del cervello, sorgente di stimoli positivi come l’amore materno.

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13 Aprile 2017 - 17.14


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Che sia africano, asiatico o di qualsiasi altra provenienza e gruppo etnico, per il cervello dell’adulto è solo un cucciolo da curare e difendere. È quanto emerge da uno studio condotto da due ricercatrici di Psicologia dell’Università Bicocca di Milano, Alice Mado Proverbio e Valeria De Gabriele. “Fino ad oggi, l’effetto Ore (Other-race effect) secondo cui percepiamo con maggior rapidità e facilità i volti del nostro gruppo etnico per motivi di familiarità, era considerato valido a prescindere dall’età dell’individuo -si legge in una nota dell’ateneo-. Lo studio dimostra che invece questo fenomeno non accade quando di fronte abbiamo volti di ‘infants’ (i bambini tra i sei mesi e i tre anni), per cui la nostra risposta emotiva è sempre di tenerezza e desiderio di protezione. Il motivo risiede nella loro caratteristiche pedomorfiche che includono testa grande rispetto al corpo, occhioni, guance paffute, boccuccia e nasino piccoli (baby schema)”.

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Per realizzare lo studio, le ricercatrici hanno sottoposto ad alcuni test 17 persone. Si è scoperto, tra l’altro, che guardando le immagini di bambini, in questa persone si registrava una stimolazione della regione orbito-frontale del cervello, dove studi precedenti hanno localizzato il “circuito del piacere”, sorgente di stimoli positivi come l’amore materno o parentale, la quale è ricca di recettori per l’ossitocina, neuro-ormone alla base dei processi di attaccamento affettivo. “Questi dati – commenta Alice Mado Proverbio – dimostrano come il cervello umano sia programmato per prendersi cura dei piccoli di qualunque etnia; questa informazione razziale viene ignorata totalmente dal cervello se si tratta di bambini, mentre agisce sulla regolazione del comportamento (pregiudizio), se si tratta di adulti. Il piacere e la tenerezza che proviamo spontaneamente alla vista dei bambini piccoli (generalizzata ai cuccioli di altre specie) è frutto di un meccanismo cerebrale innato per assicurare protezione e sopravvivenza ai piccoli non-consanguinei, e anzi di qualunque gruppo etnico umano”. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Neuropsychologia. 

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