Storia di una studentessa che emigra da un'isola a un'altra

Non mi sento un’emigrata e pur mantenendo fieramente il ricordo della mia origine sento questa nuova isola molto più casa di quella che ho lasciato [Elisabetta Siotto]

Storia di una studentessa che emigra da un'isola a un'altra
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9 Dicembre 2014 - 21.33


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di Elisabetta Siotto

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Quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo sulla mia vita di emigrata dal sud al sud ho avuto non pochi problemi a deciderne l’impostazione e il contenuto, non tanto perché non ci fosse niente da dire, ma per il semplice fatto che in quella richiesta c’era qualcosa che la mia mente percepiva come fortemente sbagliato, una sfumatura che la rendeva di difficile comprensione, come suonerebbe stonato il suono di una chitarra elettrica in mezzo ad una sinfonia di flauti e violini.

Dopo un lungo pensare ho finalmente capito quale fosse il nocciolo della questione e mi sono resa conto che era sempre stato lì davanti ai miei occhi, in ogni gesto quotidiano, in ogni sguardo felice verso l’Etna, in ogni dubbio dissipatosi in un attimo al solo sentore dei raggi del caldo sole siciliano sulla pelle.
Il problema era di una semplicità disarmante, così palese da essere simile ad una macchia rossa su di un muro bianco, solo che quella macchia, essendoci sempre stata, era diventata parte stessa del muro e non spiccava più, come se attendesse un attimo di attenzione particolare per essere notata ancora come la prima volta. Il problema era insomma che io non mi sento affatto un’emigrata … e pur mantenendo fieramente il ricordo della mia origine sento questa nuova isola molto più “casa” di quella che ho lasciato.
La parola emigrato infatti ha il particolare retrogusto di colui che compie la propria scelta per necessità economica o sociale, evoca l’immagine di chi nella nuova città si adatta a stento, di chi almeno per un po’ combatte con la nostalgia ogni qualvolta senta la parola “casa”, specialmente se l’emigrato in questione è un sardo che abbandona la propria isola verde e luminosa per buttarsi in mezzo ad una giungla di asfalto e cemento armato. I miei primi giorni a Catania sono stati invece estremamente diversi, infatti anche nella solitudine assolata di un parco, la mia mente era serena e vagava alla ricerca di un modo per definire questa nuova – vecchia terra, perché se ciò che avevo lasciato era etichettato come aspro e selvaggio, la mia nuova madre doveva avere a sua volta una denominazione tutta sua.
Il mio rapporto con questa città non è stato dunque di adattamento, bensì di innamoratissima comprensione e per spiegare a voi ciò che ho compreso io mi servirò di due degli autori che hanno reso immortale nella memoria collettiva quest’isola e che mi hanno trascinata in Sicilia col potere delle parole: Pirandello e Verga. Dal premio Nobel, voce portante della verità dei folli prendo il concetto che ho capito e assimilato a fondo solo qui, perché alle orecchie di una ragazza cresciuta nella terra dove ogni cosa è solo nera o solo bianca, la parola “Relativismo” suonava più che altro come una giustificazione approssimativa ad un’azione sbagliata. In questa quasi Africa invece esiste veramente una profonda sfumatura di grigio che separa l’essere dalla convenzione sociale, esiste realmente uno spacco tra ciò che è il carattere aperto di ogni individuo e la chiusura fondamentale della società. In Sicilia ho scoperto cosa volesse veramente dire “crisi dei valori” perché niente qui è assoluto, niente è vero pur essendo tutto vero. È come se le due facce di questa terra, quella carezzevole e amabile della vasta cultura, della storia radicata, del buon cibo a basso prezzo, della gentilezza spontanea e quella mostruosa conosciuta da tutti e fatta di criminalità organizzata, malaffare e mancanza di giustizia siano in realtà facilmente confondibili … come se l’una non potesse esistere senza l’altra, conviventi e vicendevolmente tolleranti in un cerchio contraddittorio di cui non si possa vedere l’inizio o la fine, ma solo percepirli vagamente. In Sicilia ho finalmente capito cosa intendesse realmente Verga parlando di “ideale dell’ostrica” e non si tratta di un semplice e banale attaccamento allo scoglio natio, non è solamente l’incapacità di cambiare la propria condizione economica e sociale … si tratta proprio di un profondo rifiuto verso il cambiamento, si tratta di mantenere fra le mani quella memoria storica, di rifiutare anche il semplice utilizzo totale dell’italiano standard a favore del dialetto. Qui ho scoperto che cosa sia la reale voglia di non dimenticare le proprie radici, di sentirsi “altro” rispetto al resto d’Italia. Qua ho capito realmente che il sud per chiunque sarà sempre casa, perché il sud incanala dentro di sé ogni ideale ed ogni non – valore proprio dell’essere italiano, ma con totale spontaneità, con più voglia di dimostrarne l’essenza e di farne una bandiera.
Ecco … questa in breve è la mia storia di (relativamente) emigrata dal sud al sud … questo è il riassunto di una scelta fatta di cuore ed istinto … così vi presento il relativismo della mia nuova casa.

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