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Jannacci, il ricordo di Celentano

Il Molleggiato ricorda un amico, un collega. Già se lo immagina a farsi due risate da lassù. Lui, Jannacci e Gaber: il primo gruppo rock italiano.

Jannacci, il ricordo di Celentano

redazione

1 Aprile 2013 - 15.57


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«Già mi sembra di vederlo, seduto su uno dei tanti rami di quella vita che non può finire. Bello, giovane come non lo è mai stato, e farsi due risate, mentre qui da basso noi lo piangiamo come se non dovessimo più incontrarlo». Così Adriano Celentano sul suo blog ricorda l’amico Enzo Jannacci, «una forza della natura», e racconta del «primo gruppo rock italiano» nato in una sala prove di via Anfossi a Milano dai loro incontri con Giorgio Gaber «per confrontarci sul grande repertorio di Bill Haley».

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«Era il 1956 – attacca il molleggiato nel post intitolato “Ciao Enzo!” – quando nelle balere della vecchia Milano si aggirava uno strano tipo, morto di sonno a causa di un secondo lavoro, intrapreso quasi a sua insaputa, che gli permetteva di dormire non più di tre o quattro ore per notte. Un lavoro mai remunerato se non con un semplice panino e una birra: di notte si dimenava nei locali notturni mentre di giorno, quasi russando, aggiustava gli orologi. L’appuntamento era in via Anfossi, a Milano, nei paraggi di Porta Vittoria. Una sala prove dove Enzo Jannacci, Giorgio Gaber ed io ci incontravamo per confrontarci sul grande repertorio di Bill Haley. Con noi c’erano i fratelli Ratti, chitarra, basso, batteria, e Pino Sacchetti al sax. Eravamo il primo gruppo rock italiano, per non dire europeo dato che non ce n’erano in Francia, in Germania, Belgio, Olanda, Spagna, ma solo in Inghilterra cominciavano a nascere dei gruppi musicali, fra i quali quello di Cliff Richard, da tanti considerato come un probabile antagonista di Elvis Presley, e quello di un certo Tommy Steele».

Dynamic 1

 

«Ma noi eravamo noi – prosegue Celentano – Convinti che il rock non fosse soltanto fare musica ma soprattutto essere rock dentro, ribelli nell’anima. Non si può immaginare a quali livelli di divertimento e scatenamento ci portava il suonare quei brani così rumorosamente allegri. Era tale la spaccatura fra i Rock boys (così ci chiamavamo) e la vecchia guardia di Claudio Villa, Luciano Tajoli, Nilla Pizzi e altri, che ci eravamo soprannominati “la Tempesta” e, la “grandinata” più dirompente era proprio Enzo Jannacci».

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«Ricordo – aggiunge Celentano – che ad ogni inizio di un brano partivamo quasi da fermi, come statue, ma nel “solo d’orchestra” succedeva di tutto. Piu’ di una volta, rapiti dal ritmo, mi trovavo sdraiato per terra con la chitarra sotto le gambe di Enzo Jannacci che ad un determinato stop abbandonava il piano e, abbracciando la sua di chitarra, era in piedi sopra di me, mentre Gaber e Ratti, presi anch’essi dal delirio, si inginocchiavano affiancandoci. Ma a Enzo non bastava: come un folletto impazzito ritornava al pianoforte e si esibiva in uno dei suoi strepitosi assoli, spesso piu’ jazz che rock».

 

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«”Lo sai – mi disse un giorno – quando ho spiegato ai miei colleghi che anche il rock mi piace, si sono scandalizzati” – racconta ancora Celentano – Nei primi tempi infatti era quasi una moda il voler prendere le distanze da questa nuova ondata musicale da parte di alcuni jazzisti, ma Enzo no. Lui era veramente una forza della natura. Sia che suonasse jazz o “Rosamunda” ci metteva lo stesso entusiasmo. Perché lui era davvero amante della vita in tutte le sue manifestazioni, nonostante facesse fatica a credere che questa di vita, un giorno potesse continuare», conclude il cantante, che si firma il «tuo amico Adriano».

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