La boxe: uno sport per signorine come ci racconta Katherine Dunn

Attraverso il libro "Il Circo del Ring. Dispacci dal mondo della boxe" la giornalista offre una visuale al femminile di uno sport di combattimento che va oltre l'immaginario di sport di destra

Katherine Dunn

Katherine Dunn

Marco Buttafuoco 20 febbraio 2021Culture
A distanza di sei anni da Sulla Boxe di Joyce Carol Oates, 66thand2nd propone un altro libro al femminile sulla moda del pugilato. Un libro diverso, ma complementare e ugualmente necessario. Questo di Katherine Dunn,  Il Circo del Ring. Dispacci dal mondo della boxe, (2021, pagg 272, prezzo di copertina €17.00- ebook € 11,99) è una raccolta di articoli giornalistici, tutti notevoli, sull’arte dei pugni, che l’autrice, scomparsa nel 2016 ha pubblicato, negli anni su varie riviste.

Indubbiamente la prima sensazione che si ricava, addentrandosi nella lettura, è che il libro (uscito per la prima volta negli USA nel 2009) sia, in qualche maniera, datato, superato. La Dunn, come già la Oates, il cui volume uscì nel 1986, difende ancora l’immagine del pugilato dalle accuse di brutalità e ne rivendica la dimensione di dolorosa, primordiale umanità, l’afflato etico ed epico. Oggi, tuttavia, a salire sui ring (o, meglio ancora, entrare nelle gabbie ottagonali) sono i lottatori della MMA, uno sport molto più crudele e violento e soprattutto, molto più diffuso.  In pochissimi decenni questa disciplina ha conquistato i riflettori e i suoi idoli, già milionari e star dei social, non sono più solo nord o centro americani, ma vengono dalla galassia ex sovietica, dal Brasile, dalla Nigeria e dall’ Irlanda. Certo, la gestione del business è in mani statunitensi e giapponesi, ma il fenomeno è globale e in diffusione rapidissima. La boxe appare come uno sport in declino.

Questa constatazione poco toglie al valore del libro della Dunn anzi, a ben vedere, ne rende più interessante la lettura. La scrittrice coglie, infatti, un punto interessantissimo della questione, quello di un’aggressività sempre più pervasiva nella società contemporanea: “Nel corso del tempo mi sono resa conto che si vedono meno pose da macho nelle palestre di boxe che nelle sale riunioni di una qualsiasi azienda”. Oggi potremo dire anche, quotidianamente, sui social o in certa televisione. Negli anni sono saltati anche i “cliché hollywoodiani” che individuavano nei guantoni una via di fuga dalla povertà. Quando la Dunn scrive le sue pagine, la boxe sta diventando, addirittura, uno sport femminile. Clint Eastwood racconta Million Dollar Baby nel 2004. Le donne pugili o le spettatrici a bordo ring, non sono quasi mai appartenenti alla classe operaia o sottoproletarie; sono al contrario istruite e spesso impegnate in vite professionali importanti. Questo non significa che la Dunn prenda a pugni, come ha scritto qualche recensore (Francesco Borgonovo su La Verità), il femminismo; è anzi una sostenitrice convinta della causa delle donne e della loro libertà di esprimersi, anche su un ring. Semplicemente l’autrice dissente da alcune interpretazioni idealizzanti del ruolo delle donne tipiche di una parte del pensiero femminista (che non è, d’altronde, un unicum indifferenziato).

Parlando di Dallas Malloy la prima donna che si conquistò, in tribunale, il diritto a salire su un ring, instaura un parallelo tanto intimo quanto fascinoso. “Negli occhi aveva una luce che mi ricordava la donna che mi ha cresciuto. Mia madre, che malgrado abbia passato gli ottanta è ancora un’artista arguta e di talento, qualche anno fa si è comprata un fucile. Provo pietà per il ladruncolo che dovesse darle l’occasione di usarlo. Quando eravamo piccoli non ce l’ha mai avuta un’arma vera e propria, ma si arrangiava con quello che le capitava a tiro. Scope, padelle, mestoli o vanghe venivano usati per tenere a bada gli esattori molesti, i parenti ostili, i topi, i serpenti a sonagli, gli ubriaconi turbolenti e qualsiasi altra potenziale minaccia alla quiete del suo regno. Mamma viene da una lunga stirpe di donne della frontiera che sapevano fare di tutto: cavalcavano e guidavano lo scuolabus, aravano i campi e sparavano, macellavano i manzi e trattavano sui prezzi al mercato, riparavano il tetto del fienile e poi se ne tornavano a casa a ricamare fiorellini sulle federe mentre aiutavano i figli a fare i compiti di matematica”.

La Dunn quindi inserisce la sua passione e la sua conoscenza per la noble art, in una storia di una lotta per la sopravvivenza che è sia maschile che femminile. Lo fa raccontando bellissime storie di pugili (famosi e non) e di palestre, con una scrittura sempre puntuale e scabra. Una buona lettura, tenuto anche conto della constatazione, quasi assiomatica, che nell’immaginario collettivo della sinistra gli sport di combattimento sono sempre stati vissuti come estranei, distanti, altri. Probabilmente perché discipline basati sul totale protagonismo dell’individuo. E’ vero Jack London e, in misura minore Hemingway, scrissero pagine memorabili sul pugilato, ma si parla d’intellettuali molto particolari, difficilmente inquadrabili in una categoria (peraltro assai vaga e indistinta) come quella del progressismo. Per quelli come noi la boxe, per usare la vecchia filastrocca gaberiana, è di destra mentre lo sport di squadra è, casomai, di sinistra. Libri come questo aiutano a superare queste schematizzazioni.