Com’è buffo il libretto di Banting, ciccione inventore di diete

Tradotta la sua “Lettera sulla pinguedine”, un testo gustoso dell’età vittoriana con aspetti surreali: l’autore faceva il becchino

La copertina della “Letter on Curpulence” di William Banting

La copertina della “Letter on Curpulence” di William Banting

redazione 28 maggio 2020Culture
di Rock Reynolds

Pingue? Un aggettivo ormai desueto per connotare una condizione che, di certo, rara non è. D’altro canto, come risponde spesso, piccato, Obelix, uno dei miei filosofi preferiti, a chi gli osa dargli del panzone, “Non sono grasso, sono solo un falso magro”.
È innegabile, però, che la parola pingue abbia un bel suono. Verrebbe da dire, un suono rotondo, se non si finisse per rincarare la dose.

Lettera sulla pinguedine (Graphofeel, traduzione di Fabiano Errico, pagg 87, euro 11) di William Banting è un gustoso spaccato della società perbenista vittoriana, un sottoprodotto della Rivoluzione Industriale che, immancabilmente, portò al mondo britannico benessere e ricchezza ma pure una lunga serie di pesanti effetti collaterali. Primi fra tutti l’allora quasi ignoto concetto di inquinamento e una crescita dei mezzi di sostentamento e, di conseguenza, abitudini alimentari tutto sommato inedite, con un maggior numero di soggetti interessati alla propria immagine. Anche se il mondo della comunicazione come lo intendiamo oggi era ancora lungi da venire nel 1863, anno in cui Banting finanziò la pubblicazione della prima edizione del suo opuscolo Letter on Curpulence, Addressed to the Public, un testo destinato a un’eco ben superiore alle attese, al punto da lasciare una traccia indelebile sul costume del paese e da richiedere una serie di ristampe.

L’idea di Banting, che di mestiere faceva il becchino – e anche in questo si rintraccia qualche elemento dell’atmosfera grottesca che ne contraddistingue gli scritti – era quella di proporre al pubblico, in uno slancio di involontaria comicità altruistica, una dieta in grado di alleviare la crescita di peso, migliorando il proprio aspetto estetico e, soprattutto, la propria qualità di vita. Non era un becchino qualunque, ovviamente, come si evince dall’eleganza formale del suo opuscolo: la sua nota impresa di pompe funebri organizzò i funerali di personaggi illustri come il duca di Wellington e di alcuni esponenti della stessa casa reale, tra cui il principe Alberto, il principe Leopoldo e la regina Vittoria.

Pare che Banting abbia preso la decisione di scrivere il proprio opuscolo dopo essersi reso conto, all’età non più verde di 66 anni, di non riuscire nemmeno più ad allacciarsi le scarpe. “Pochi uomini hanno condotto una vita più attiva di me – sia fisicamente che mentalmente – caratterizzata da innata preoccupazione per la regolarità, la precisione e l’ordine durante tutti in cinquant’anni di carriera lavorativa. Ma ormai sono andato in pensione, dunque la mia pinguedine e conseguente obesità non sono frutto dell’assenza di un’indispensabile attività fisica, né del consumo smodato di cibi o alcol o delle licenze d’ogni genere che mi sono concesso; al contrario derivano dall’aver consumato alimenti semplici come pane, latte, burro, birra, zucchero e patate con maggiore libertà di quanto fosse richiesto dal mio fisico invecchiato.”

Con tutti gli sproloqui di questi foschi giorni del virus in cui risulta complicato districarsi tra le ricette spesso contrastanti di questo o quello specialista, fa sorridere pensare al distacco di Banting dalla medicina. Inizialmente, si era messo nelle mani di un medico chirurgo, per poi voltargli le spalle e concepire l’idea stessa della “dieta Banting”. Il medico gli aveva consigliato di fare attività fisica e, dunque, Banting si era messo a remare, nella speranza di aver trovato la soluzione ai propri guai. Peccato che remare gli facesse pure venire “un grande appetito, che fui costretto ad assecondare; di conseguenza aumentai di peso, fino a quando il mio caro vecchio amico mi suggerì di sospender l’esercizio fisico”.

Di queste situazioni surreali, descritte con una verve comica non si sa quanto voluta ma perfettamente in tono con una certa forma vittoriana che la traduttrice ha saputo ricreare mirabilmente, ne troverete quasi in ogni pagina. Così come troverete tabelle e allegati interessanti, con proposte che non possono che fare sorridere. La sua dieta prevedeva quattro pasti al giorno a base di carne, verdura, frutta e vino secco e sottolineava l’importanza di evitare zuccheri, saccarina, amidi, birra, latte e burro. Lettera sulla pinguedine e il regime alimentare che proponeva ottennero un successo tale che la sua dieta fu presa a modello da quasi tutte le diete moderne occidentali.

Ancor oggi, la domanda “Do you bant?”, un gioco di parole con il nome dell’autore, indica il fatto che si stia o meno seguendo un regime dietetico. Addirittura, in Svezia il verbo banta significa essere a dieta. Ed è paradossale che William Banting fosse un lontano parente di Sir Frederick Banting, il co-scopritore dell’insulina. Considerato che William Banting era obeso per lo smodato consumo di zuccheri che la sua discreta ricchezza gli consentiva e che era una delle prime cause del diabete, la cosa davvero fa sorridere. Come vi farà sorridere leggere questo interessante opuscolo.