Cos'è il blues: pillole di libertà, miti e rivolte del padre del rock’n’roll

Il libro “Blues Pills e altre storie” di Lorenz Zadro e Antonio Boschi racconta la musica afroamericana nata dai neri liberati dalla schiavitù

John Lee Hooker, uno dei grandi del blues

John Lee Hooker, uno dei grandi del blues

redazione 31 maggio 2019Culture
Rock Reynolds

Ne hanno parlato in tanti, l’hanno suonata in tantissimi, l’ascoltano tuttora in molti. C’è ancora qualcosa da dire sul fenomeno musicale probabilmente più fondamentale e dirompente dell’ultimo secolo e mezzo? Lo chiamano blues, ma non tutti sanno esattamente cosa sia ed è anche per questo che l’uscita di un libro come Blues Pills e altre storie (Arcana, pp. 125, euro 14,00) di Lorenz Zadro e Antonio Boschi può contribuire a sgombrare il campo da eventuali equivoci e, soprattutto, a fornirne al lettore una chiave di interpretazione autentica e appassionata.
Zadro e Boschi sono due musicisti e, in quanto tali, hanno certamente una marcia in più per entrare nel cuore pulsante di una musica nata come forma di affrancamento dalla condizione di inferiorità dei neri liberati dalla schiavitù negli stati americani del Sud e trasmigrata nelle grandi città industriali per poi conquistare il mondo. Oggi non c’è musicista nel pianeta, a parte forse quelli che non escono mai dai saloni stantii dei conservatori classici, a non essere stato condizionato più o meno consciamente e direttamente dal blues.

Il suono da territori poveri
Dopo una prima metà dedicata alla definizione del genere attraverso i suoi strumenti cardini (su tutti, la chitarra e l’armonica), i suoi capostipiti (Charlie Patton, Robert Johnson, Muddy Waters, ecc) e i suoi luoghi e stili, l’analisi di Zadro e Boschi si fa più articolata, senza mai scadere nell’accademico e neppure nel didascalico. Uno degli errori più marchiani dello studio di questa musica sarebbe proprio quello di estrapolarla dal suo humus più vero, quel limo alluvionale che, insieme a sconvolgere ripetutamente il territorio del Delta del Mississippi – che, attenzione, non è quello della foce del grande fiume, bensì un ovale compreso tra esso e il fiume Yazoo, fra gli stati del Tennessee, dell’Arkansas e del Mississippi – ha creato i presupposti per l’esplosione emotiva che il blues è stato ed è tuttora. E pure banalizzarlo sarebbe imperdonabile. Quella zona ancor oggi poverissima, dove si concentrava una larga fetta della popolazione degli ex-schiavi neri, trasformatisi in braccianti o, nella migliore delle ipotesi, in umili mezzadri, è rimasta per molto tempo isolata.

D’altro canto, chi avrebbe voluto visitare un’area così depressa? Ma quella forma di isolamento ha finito per preservarne nel tempo alcuni elementi caratteristici che, solo in un secondo momento, soprattutto appena prima e appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, trovarono un’inevitabile contaminazione nel diverso clima socioeconomico delle metropoli del Nord, Chicago su tutte, con una migrazione epocale che vide l’elettrificazione del blues e il suo primo approdo di fronte a un pubblico bianco. Sono stati proprio i bianchi, infatti, a finire per essere i maggiori estimatore della musica dei neri e oggi i grandi festival internazionali del blues sono per lo più frequentati da bianchi.

I giovani neri voltano le spalle ai padri
Se vi intriga saperne di più, non posso che consigliarvi la lettura di un testo quasi seminale, Il Blues del Delta (PostmediaBooks), di William Ferris, uno studioso bianco che ha saputo cogliere l’essenza più autentica del blues del Delta più vero, quello che oggi si sta perdendo: le giovani generazioni dei neri, persino nel Mississippi, voltano le spalle alla musica dei padri, considerata espressione di una fase perdente del movimento afroamericano, una pagina di storia di cui vergognarsi o da cui, quantomeno, prendere le distanze. Zadro e Boschi danno il loro contributo alla comprensione anche di questi aspetti talvolta sottostimati della contemporaneità di un fenomeno che, sul piano internazionale, si sta sempre più spogliando degli abiti dimessi di una musica povera, sotto i colpi dei riflettori e grazie al successo di grandi epigoni bianchi delle icone nere, artisti come Eric Clapton, Rolling Stones, Stevie Ray Vaughan su tutti.

Microstorie di razzismi e di proteste
Blues Pills e altre storie è un libro di pillole, come dichiara il titolo stesso, e l’intrigo che le microstorie del blues, dispensate soprattutto nella seconda parte del testo, sa trasmettere ai lettori è unico. In queste pagine, si rievocano anche momenti di storia imprescindibili per la lotta per i diritti civili degli afroamericani, così come del popolo statunitense più in generale e, per esteso, del movimento libertario internazionale che, da quelle lotte e rivendicazioni, ha tratto la linfa per migliorare la condizione di vita dei cittadini del mondo. Un esempio su tutti? La protesta rivoluzionaria di una donna semplice come Rosa Parks, che si rifiutò di cedere un posto teoricamente riservato a un bianco su un autobus dell’Alabama, un gesto piccolo ma dall’enorme, inaspettata portata.

Il patto col diavolo a un crocicchio
C’è pure qualche incursione nella mitologia del blues, naturalmente. Si parla di Casey Jones, per esempio, un leggendario ferroviere del Sud, perché locomotive e binari sono un tratto imprescindibile dell’iconografia blues, scandito dalle sincopazioni di un’armonica a bocca che mima il rumore ossessivo del treno a vapore e da una chitarra suonata con il collo di bottiglia per rendere l’effetto più lancinante. E, naturalmente, si parla pure del famigerato “crocicchio”, quel luogo mitico (se ne può addirittura visitare uno indicato come posto reale dai percorsi turistici del blues, nei dintorni di Clarksdale, Mississippi), presso cui Robert Johnson, da molti ritenuto il bluesman per antonomasia, avrebbe stipulato il suo accordo faustiano con il diavolo, naturalmente nel cuore di una notte buia, vendendosi l’anima in cambio di una superiore maestria alla chitarra e, forse, di maggior fascino con le signore.

Il blues ha un figlio e si chiama rock’n’roll
Nelle pagine di Blues Pills e altre storie, insomma, c’è questo e molto altro. È una lettura adatta tanto agli appassionati che ai neofiti. Consiglio, ovviamente, di affiancargli qualcosa di più analitico, per esempio l’ottimo La storia del blues (Hoepli) di Roberto Caselli, ma, anche da sole, queste pillole sfamano. C’è passione e non potrebbe essere diversamente, perché è il pathos a fare il blues, perché il blues ha avuto un figlio che si chiama rock’n’roll e pure un nipote che sia chiama soul. Anima, appunto.

Mettete un vecchio vinile sul piatto. Li avete venduti o regalati tutti? Non importa. Infilate un cd o andate online a scoprire qualche classico, magari uno di quelli indicati nella “Guida all’Ascolto” finale, come Robert Johnson o la Memphis Jug Band. Non sentirete la perfezione del digitale, ma la tempesta emotiva di una voce lacerante come quella di Blind Willie Johnson o dell’armonica di Little Walter vi porteranno in un altro luogo e un altro mondo. Anzi, in un non luogo. In fondo, tutti possono avere il blues, quello stato di sospensione emotiva che pencola tra la disperazione e la convinzione di potercela fare nonostante tutto. Magari, proprio con un’iniezione di buona musica.