Buon bevitore, socialista, scozzese, scrittore: era McIlvanney

Un tessitore di storie splendide, come in “Chi si rivede!”, nei ricordi dell’editore italiano Giovanni Tranchida e di due narratori, John Harvey e Sam Millar

William McIlvanney

William McIlvanney

redazione 21 gennaio 2019Culture
Rock Reynolds

“Ci incontrammo a Edimburgo per conoscerci e per dargli l’occasione di decidere se farsi pubblicare da me o meno. Ci scolammo molti gin, con gran stupore della mia ex-moglie, a cui comunque lui fece una corte sfacciata. Io lo ricambiai facendola alla sua agente. Lui mi chiese se pagassi, io gli risposi dandogli un pezzo di carta col mio indirizzo privato. Lui mi rispose che, alla bisogna, sarebbe venuto a Milano, installandosi a casa mia. Ridemmo tutti e lui firmò un contratto in bianco. A continuammo a bere gin, poi andammo a un festival per una sua presentazione.”
Potrebbe sembrare stravagante come ricordo di uno dei più grandi autori che un editore abbia mai avuto in scuderia, in questo caso Giovanni Tranchida Editore, eppure sono queste le parole che ha tirato fuori dal cilindro delle memorie.
Forse, sta proprio in questa chiave lieve, tra il serio e il faceto, che si annida l’arte di un grande, sottovaluto scrittore scozzese come William McIlvanney. Sottovalutato soprattutto qui in Italia, considerato che nel Regno Unito figura spesso tra i nomi indicati da grandi autori noir contemporanei come fonti di perenne ispirazione. Perché per qualcuno William McIlvanney è stato un autore di romanzi di genere, per qualcun altro semplicemente un tessitore di storie, un sardonico osservatore delle tante miserie e pure di qualche virtù che si annidano nella società degli uomini.

Leggi un estratto dalla raccolta di McIlvanney “Chi si rivede”!

Socialista tra le pieghe delle coscienze
Nato a Kilmarnock, in Scozia, nel 1936 e scomparso nel 2015, McIlvanney ha sempre mostrato un’attenzione quasi ossessiva per le storie di tutti i giorni, cercando il male tra le pieghe delle coscienze più che nelle bettole dei bassifondi, senza mai tranciare giudizi. Sostenitore di idee socialiste ed egalitarie, fu uno strenuo oppositore del thatcherismo. Alla sua morte, parole di grande commozione e rispetto sono state espresse sul suo conto da Ian Rankin, il suo epigono di maggior successo commerciale, e Irvine Welsh.
Oggi, in occasione della pubblicazione della splendida raccolta di racconti Chi si rivede! (Edizioni Paginauno, traduzione di Clara Pezzuto, pagg 137, euro 13), un sapiente accostamento di storie legate dalla comune ambientazione della cittadina immaginaria di Graithnock, con una menzione particolare per “Andare in buca” (per cogliere la maestria narrative basterebbero le parole che accompagnano lo swing definitivo del golfista protagonista, “La pallina che spedì era indirizzata a se stesso – troppo tardi ormai per cambiare direzione”) e “Un saluto con la mano” (in cui il protagonista chiede al datore di lavoro un permesso per andare a vedere giocare la Scozia ai mondiali di calcio d’Argentina, nel 1978). Ovviamente, chi volesse approfondire la conoscenza dell’autore può tranquillamente acquistare tutte le altre sue opere disponibili in italiano per Paginauno e Giovanni Tranchida Editore: i libri di William McIlvanney non saranno mai fuori catalogo.

John Harvey: “Il mio McIlvanney, pacato e affascinante”
Si diceva che, alla sua scomparsa, alcuni autori scozzesi di grande nome ne hanno fatto un elogio colmo di affetto umano e rispetto letterario, tratti che si incontrano anche in ciò che due autori tuttora viventi hanno concesso alle pagine di Globalist per rendergli il dovuto riconoscimento. Mi riferisco all’inglese John Harvey, maestro riconosciuto del noir britannico e a sua volta amico di Ian Rankin, e di Sam Milla, nordirlandese, con un passato di irredentista repubblicano e un presente di narratore di razza.
John Harvey, di cui in Italia è stato recentemente pubblicato da Oltre Edizioni il romanzo Anestesia Letale, della serie dell’ispettore Resnick, ha incontrato McIlvanney al festival noir di Frontignan, nel sud della Francia, un paese in cui erano pubblicati dal medesimo editore. “Avevo già letto buona parte dei suoi libri. Ovviamente, i noir aventi per protagonista il detective della polizia di Glasgow, Jack Laidlaw, e altri ancora, tra cui Docherty e The Big Man. McIlvanney a eventi del genere non presenziava spesso e penso che solo la sua amicizia di vecchia data con il nostro editore francese lo avesse fatto allontanare dalla Scozia. Come capita spesso quando qualcuno è noto più per la sua assenza che per la sua presenza, su di lui giravano parecchie voci: beveva troppo, era difficile andare d’accordo con lui per il suo caratteraccio e via dicendo. Insomma, una certa preoccupazione all’idea di incontrarlo l’avevo. L’uomo che conobbi non sarebbe potuto essere più lontano da quell’immagine: pacato, sobrio, affascinante, certamente di bella presenza. Di sera, nella cittadina in cui alloggiavamo, andavamo a farci due passi fino al caffè in fondo alla strada e ci sedevamo in un tavolo d’angolo a parlare di questo e di quello davanti a un bicchiere di single malt, Abalour, se ricordo bene. Ian Rankin non ha mai nascosto il fatto che il personaggio di Laidlaw e il ritratto di Glasgow tracciato da McIlvanney siano stati un’influenza forte e diretta sul suo personaggio principale, John Rebus, e sul suo ritratto di Edimburgo”.
“Nel mio caso – continua Harvey - l’influenza è stata meno diretta ma non meno forte. Proprio nel periodo in cui leggevo i suoi libri, lessi pure i romanzi della serie di Martin Beck, quelli della coppia svedese Sjöwall e Wahlöö che, in maniera non tanto diversa da William McIlvanney, utilizzavano lo strumento del noir e la figura del detective come mezzi per esplorare in profondità la vita contemporanea nei grandi centri urbani. Il mio Charlie Resnick e la mia Nottingham non sono tanto distanti.”

Sam Millar: McIlvanney, uno sguardo vero sul proletariato
Sam Millar, quasi diciotto anni in prigione in Irlanda per il suo coinvolgimento nella lotta armata e poi negli Stati Uniti per una rapina multimilionaria, oggi è un tranquillo scrittore di noir, ma le sue convinzioni repubblicane non si sono spente. Anzi, in qualche misura Millar rimane un oltranzista, avendo rigettato gli accordi del Venerdì Santo. “Quell’accordo è stato una vera fregatura. Tanto valeva non combattere l’oppressore britannico e i suoi lacchè unionisti: è come se tutte le sofferenze che abbiamo sopportato e tutti i morti che abbiamo lasciato sul campo non siano serviti a nulla. Per avere le cose che abbiamo ottenuto, non ci sarebbe stato nemmeno bisogno del sacrificio di Bobby Sands e di tanti altri bravi ragazzi.”
Il suo romanzo On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese (disponibile in Italia per l’editore Milieu) racconta l’infanzia a Belfast e la scelta della lotta armata, oltre che le rocambolesche vicende della rapina negli Usa. Anche Sam Millar ha conosciuto William McIlvanney in Francia, durante un festival in Bretagna. “Al tempo, non ero sicuro di poter raggiungere la Francia dall’Irlanda per motivi di salute. Ma quando seppi che William McIlvanney, il padre del cosiddetto Tartan Noir, sarebbe stato tra gli ospiti, non esitai più. McIlvanney era da tempo uno dei miei autori preferiti, sia per la sua visione autentica, grezza del proletariato scozzese che per il suo punto di vista socialista. Docherty (1975), il ritratto di un minatore il cui coraggio e la cui sopportazione vengono messi a dura prova durante la depressione (un romanzo che si è meritato il Whitbread Novel Award), è un libro favoloso. Posso dire con nostalgia che diventammo ottimi amici.”